Stress:modelli teorici

Lo stress  viene definito come una risposta aspecifica dell’organismo a una qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente.

Cannon (1929) per primo tentò di definire il processo che porta dalla stimolazione cerebrale alle manifestazioni biochimiche e somatiche ad esso collegate. E’ stato questo autore a coniare il termine “reazione di allarme” per indicare le reazioni  psico-neuro-endocrinologiche di un organismo di fronte ad uno stimolo percepito come minaccioso.

Negli anni ’30 Selye definì lo stress come “una reazione adattiva fisiologica  a qualunque richiesta di modificazione esercitata sull’organismo da una gamma assai ampia di stimoli eterogenei ed espressa essenzialmente da variazioni di tipo endocrino”. La sua teoria si caratterizza per  tre aspetti fondamentali attraverso cui viene definita la reazione allo stress:

  • aspecificità della reazione di fronte a stimoli di diversa natura(stimoli eterogenei possono determinare la medesima reazione);
  • carattere adattivo-difensivo;
  • reazione endocrina.

Fisiologicamente si configura come “Sindrome Generale di Adattamento” e si struttura in tre fasi:

  • di allarme: si tratta di una situazione di difesa di tipo biochimico, in essa sono compresi i fenomeni che si verificano quando l’agente stressante comincia e far sentire la sua azione sull’organismo;
  • di resistenza: caratterizzata dall’organizzazione funzionale di attività volte allo stabilizzarsi delle difese;
  • di esaurimento: le difese crollano di fronte al protrarsi della situazione stressante.

Non sempre il tipo di risposta dell’organismo ha un effetto negativo, anzi, spesso le modificazioni biologiche permettono all’organismo di adattarsi alle stimolazioni provenienti dall’esterno. Quindi solo se protratto per lungo tempo ed in modo cronico lo  stress ha effetti patogeni sull’organismo.  Selye a tal proposito ha coniato i termini di “eustress”, risposta adattiva che rende l’organismo in grado di interagire in modo adeguato con l’ambiente, e di “distress” che indica la risposta protratta per lungo tempo che assume una valenza negativa per l’organismo.

Un altro importante modello è stato introdotto da Edwards nel 1988 e prende il nome di modello stress/coping, il cui assunto centrale è che l’esperienza di stress produce due effetti: modificazioni sulla salute/benessere della persona e la conseguente motivazione a minimizzare queste effetti attraverso le strategie di coping.

Edwards considera lo stress come la “conseguenza di una discrepanza negativa tra uno stato di desiderio e la percezione di una situazione”, mentre il coping è il “risultato del confronto tra richieste lavorative e abilità individuali”. Tale modello prevede due effetti: conseguenze relative alla salute fisica e psicologica della persona e tentativi di ridurre gli effetti negativi dello stress sulla salute, ossia le strategie di coping.

Il coping influenza le cause dello stress attraverso sei canali:

–  il cambiamento di rilevanti aspetti fisici dell’individuo e dell’ambiente sociale;

–  cambiamenti di aspetti di sé e della personalità;

– trasformando le informazioni che avevano guidato la percezione;

– modificando la costruzione cognitiva della realtà;

– mutando i desideri (per ridurre la discrepanza);

–  abbassando l’importanza attribuita alla discrepanza.

Ogni via offre alternative diverse che un individuo può scegliere di seguire anche se non saranno scelte di tipo razionale. Il numero di alternative esplorate dipenderà dal livello di stress esperito (se basso si usano schemi già collaudati, se alto si scelgono nuove strategie), dall’importanza associata al desiderio (più è alta più l’individuo spenderà tempo nella ricerca di alternative), dal tempo disponibile (se c’è poco tempo a disposizione, la persona sceglierà strategie semplici), dall’esperienza con problemi simili o analoghi (si useranno strategie di coping che hanno funzionato in passato), dalla disponibilità di informazioni da parte di altri colleghi che hanno affrontato situazioni simili. La valutazione delle alternative dipenderà anche dalla percezione delle probabilità di efficacia delle strategie e dall’ambiguità della situazione. Le conseguenze del coping consistono in un’alterazione diretta delle cause dello stress.

Un filone di ricerca che tradizionalmente si è sviluppato all’interno degli studi su tale argomento è quello dello stress lavorativo, a causa della grande importanza  attribuita al lavoro sia in termini di tempo impiegato sia perché attraverso il tornaconto economico che ne deriva si determinano gli standard individuali di vita e lo status sociale connesso, sia perché il lavoro contribuisce in maniera fondamentale alla stima di sé.  Molte ricerche (Frankenhauser & Gardell,1976; Timio & Gentili,1977) hanno dimostrato che esiste un collegamento tra salute mentale, salute fisica e stress lavorativo.

Nell’ambito dei modelli teorici dello stress lavorativo, un contributo importante è stato dato da Cooper e Marshall (1978) che hanno messo a punto un modello, perfezionato poi nel 1988 da Sutherland e Cooper che suddivide le fonti di stress lavorativo in:

–  fonti intrinseche al “job”, cioè alla mansione svolta: fattori fisici e ambientali che possono incidere negativamente sulla concentrazione, sul rendimento, sull’efficienza dei lavoratori (ad esempio la rumorosità, l’illuminazione scarsa o abbagliante, la carenza di igiene ambientale);

–  ruolo nell’organizzazione, nel quale si distingue l’ambiguità di ruolo, ossia la mancanza di chiarezza rispetto al compito, e il conflitto di ruolo, che non è causato da un eccesso di richieste ma da richieste tra loro incompatibili. Quest’ultimo costrutto si divide ulteriormente in conflitto ruolo-persona(l’individuo preferirebbe svolgere mansioni diverse rispetto a quelle che svolge); sovraccarico di ruolo (al soggetto viene assegnato più lavoro rispetto a quanto egli può svolgere)conflitto intramandatario (al soggetto viene assegnato meno personale di quanto necessario per portare a termine un lavoro)conflitto intermandatario (il soggetto si trova a svolgere un compito gradito ad alcuni ma sgradito ad altri).

–  lo sviluppo di carriera può diventare fonte di stress per persone che hanno forti aspirazioni a emergere e raggiungere status socioeconomici elevati, nel momento in cui tali ambizioni sono deluse;

–  le relazioni di lavoro, cioè le difficoltà di relazione con i colleghi, il capo o i dipendenti. Cooper indica quattro stressors relazionali peculiari: l’incongruenza di posizione (il ruolo che si occupa è diverso da quello che si vorrebbe occupare); la densità sociale (uno spazio di vita insufficiente); la personalità abrasiva (persone con comportamenti insensibili verso le emozioni altrui e freddi nelle relazioni e che costituiscono un motivo di stress per chi vi lavora accanto); lo stile di leadership(lo stile con cui un superiore si rapporta ai suoi subordinati, cioè stile autoritario e in questo caso c’è il rischio che i lavoratori si sentano poco coinvolti nell’attività lavorativa e potrebbero sviluppare apatia o tensione, oppure stile democratico in cui i lavoratori sono più coinvolti e motivati);

–  la struttura e il clima organizzativo: quanto più un individuo percepirà in modo rassicurante il clima aziendale, valutando in maniera positiva le richieste formulate dai superiori, tanto più facilmente svilupperà la socializzazione e la motivazione lavorativa.

 

Lo stress cronico porta allo sviluppo di una serie di patologie che si possono suddividere in quattro gruppi:

–  malattie fisiche: lo stress può portare allo sviluppo di patologie cardiovascolari, quali infarto miocardico ed ipertensione arteriosa, gastroenteriche, quali colon irritabile, ulcera peptica, dermatologiche e muscolo-scheletriche, oltre che squilibri ormonali, ipertensione e indebolimento immunitario;

–  disagi psicosomatici: i problemi psicosomatici maggiormente legati allo stress sono i capogiri, mal di schiena, palpitazioni e affaticamento. Più alto è lo stress percepito e maggiori sono i sintomi comunicati;

–  problemi psicologici e comportamentali: secondo Cooper alcuni comportamenti dovuti allo stress portano ad un incremento delle malattie mentali. Tra questi troviamo il tabagismo, l’alcolismo, la dipendenza da farmaci, l’umore depresso, l’insoddisfazione lavorativa, la riduzione dei livelli di aspirazione;

– effetti organizzativi: Cooper annovera tra questi effetti gli alti livelli di assenteismo, l’accentuato avvicendamento del personale (turnover), relazioni industriali difficoltose, scarsa attenzione al controllo della qualità. Tali effetti portano allo sviluppo di vere e proprie “malattie organizzative” tra cui troviamo gli scioperi ad oltranza, incidenti gravi e frequenti sul lavoro, efficienza e produttività scadenti.

 

Partendo dalla definizione secondo la quale la patologia organizzativa è “una qualsiasi dinamica (di natura personale, sociale o istituzionale) che impedisca sistematicamente il raggiungimento degli obiettivi organizzativi e/o che incrini la salute psico-fisica dei collaboratori all’organizzazione”, Kets de Vries e Miller (1992) hanno individuato 5 stili organizzativi patologici: paranoide, ossessivo, isterico, depressivo e schizoide.

–  l’organizzazione paranoide: caratterizzata dalla sospettosità mediante la quale i vertici organizzativi accolgono le informazioni dall’ambiente esterno. Riflette una certa insicurezza verso il futuro e si corre il rischio di affidare un potere eccessivo agli organi di vigilanza, che, essendo molto dispendiosi, devono essere attivati con parsimonia. I processi decisionali tendono ad essere lunghi ed inefficaci;

–  l’organizzazione ossessiva si distingue per un’ eccessiva organizzazione per i dettagli, la struttura organizzativa, i processi decisionali e le strategie aziendali sono guidate da accuratezza estrema, gran parte dell’energia è spesa nei sistemi di controllo e l’organizzazione è eccessivamente gerarchica, perché tale struttura favorisce il controllo sui collaboratori;

–  l’organizzazione isterica è caratterizzata da strategie intuitive e scarsamente fondata su informazioni e ragionamenti e spesso non sono decisioni prese collegialmente ma affidate alla figura del massimo dirigente. Lo stile di vita è ambivalente, oscillante  tra sfere di grande rilevanza strategica e questioni del tutto banali, causando mancanza di continuità e coerenza all’interno dell’azienda;

–  l’organizzazione depressiva si distingue per inattività, conservatorismo e mancanza di fiducia, si fa qualcosa solo se è già programmato e trasformato in routine, burocrazia molto forte e assenza di una vera leadership;

–  l’organizzazione schizoide: anche qui c’è una mancanza di vera leadership e la conseguenza più importante è la mancanza di strategie di prodotto-mercato integrate.

A livello legislativo è stato recentemente introdotto un decreto legislativo che affronta le tematiche riguardanti lo stress e obbliga le aziende ad effettuare una valutazione dei rischi stress lavoro correlato implementando azioni di prevenzione, riduzione ed eliminazione delle fonti potenzialmente stressogene.