Ernest Hemingway: una vita borderline

Un’esistenza avventurosa quella di Ernest Hemingway, vissuta a pieno tra le sue più grandi passioni quali lo sport, la vita all’aria aperta, il pugilato, la corrida, il safari, la pesca e la caccia solo per citarne alcune.

Ancora oggi, l’autore, viene considerato uno dei più grandi narratori del Novecento, con il tema della “lotta tra il bene ed il male” che contraddistingue i suoi racconti.

La sua vita però non fu sempre in discesa, infatti fu caratterizzata da profondi avvenimenti drammatici, tra i quali l’incidente del 1918, durante la prima guerra mondiale, quando venne assegnato dalla Croce Rossa come autista volontario e durante il quale rimase gravemente ferito alla gamba. Fu proprio da questa esperienza, che l’autore prese coscienza di sé, aumentò in lui un senso di importanza, grazie anche ai riconoscimenti ricevuti, dalla croce di guerra americana alla medaglia d’argento italiana. È proprio sul fronte italiano, che il giovane Hemingway diventò un uomo, conoscendo l’avventura e la gloria, l’amore e la morte.

Anche il suicidio del padre, avvenuto nel 1928, segnò profondamente la sua esistenza, convincendolo sempre di più ad affrontare la vita come una costante sfida con se stesso, in un mondo privo di significato. Sin da ragazzo, i rapporti con il padre furono burrascosi, fino al punto di allontanarsi dal lui, evento che gli lasciò l’eterno dubbio di essere in qualche modo responsabile della sua morte.

Nel 1954, durante un safari in Africa con la moglie, rimase coinvolto in un incidente aereo. Durante il volo, le tracce del piccolo velivolo scomparvero e solo in un secondo momento vennero ritrovati i resti in mezzo agli alberi nella giungla dell’Uganda ma senza superstiti. L’incidete non lasciava speranze e in tutto il mondo iniziò a diffondersi la notizia della sua tragica morte; perfino l’autore stesso lesse sui notiziari vari necrologi sul suo decesso. Fortunatamente, il giorno dopo la notizia fu smentita, apprendendo che Hemingway, la moglie ed il pilota furono sopravvissuti, riparati in un villaggio nelle vicinanze. Dopo qualche giorno, durante un altro spostamento aereo, ci fu un secondo incidente, l’abitacolo prese fuoco. Anche questa volta i coniugi si salvarono miracolosamente. L’autore appare sofferente, riportando scottature di primo e secondo grado, lesioni interne al fegato, reni e stomaco.

Da questo momento, salute fisica e mentale furono sempre più precarie e compromesse; nonostante un lento recupero fisico, lo stato psichico non migliorò.

A causa dell’alcol, riscontrò problemi al fegato e gli venne inoltre diagnosticata l’emocromatosi, una malattia metabolica genetica dovuta all’accumulo di rilevanti quantità di ferro in vari tessuti ed organi.

Infine, gli venne accertata un’encefalopatia cronica traumatica (CTE), nota anche come sindrome da demenza pugilistica, una condizione patologica indotta dall’accumularsi nel tempo di ripetute commozioni cerebrali. Venne sottoposto a 24 elettroshock, i quali gli provocarono grosse lacune mnesiche. Lui stesso dichiarò che queste terapie gli rubarono il suo capitale, la memoria.

Nel 1953, vinse il premio Pulitzer grazie al romanzo “The old man and the sea” (Il vecchio e il mare, 1952), storia di un uomo che si confronta con la natura, nel quale emerge la lotta tra l’essere umano e le forze naturali. L’anno successivo ottenne il premio Nobel per la letteratura, per il suo stile contemporaneo ma che non riuscì a ritirare personalmente a causa del suo grave stato di salute.

Dopo vari ricoveri, nel 1961, quando le sue condizioni fisiche non gli permisero nemmeno più di scrivere, trovandosi costretto a convivere con continue emicranie, decise di farla finita, suicidandosi con un colpo in fronte del suo fucile da caccia preferito.

Un tragico epilogo per una vita vissuta senza tregua, domata dall’istinto delle passioni.

L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non può essere sconfitto.”

(Ernest Hemingway)

Dott.ssa Sara Sperindei