Dislessia: Il potere della Musica

 

A cura di Sara Sperindei

La dislessia, il disturbo della decodifica di lettura (lettura decifrativa), è il caso più emblematico tra i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). La dislessia, ostacola il normale processo di interpretazione dei segni grafici mediante i quali vengono rappresentate per iscritto le parole.
Questi deficit relativi a rappresentazioni fonologiche, costituiscono un ostacolo nell’associazione grafema-fonema e/o fonema-grafema, che sono alla base dei sistemi di scrittura alfabetica.
A causa di questa difficoltà di transcodifica, la lettura avviene a stento ed è caratterizzata da numerosi errori.
Molti ricercatori sostengono che l’elaborazione fonologica, cioè la capacità di memorizzare, manipolare ed utilizzare i suoni del linguaggio, fondamentale per la lettura, sia compromessa nei bambini con dislessia. Infatti, durante l’elaborazione fonologica, nei bambini con dislessia, viene osservata una ridotta attivazione cerebrale nelle regioni temporo-parietali dell’emisfero sinistro, risultate importanti per la lettura.
Sebbene la musica sia tradizionalmente associata all’emisfero destro del cervello, è stato scoperto che processi musicali analitici, come la percezione del ritmo, siano elaborati principalmente nell’emisfero sinistro, responsabile dell’elaborazione del linguaggio. Sono state trovate anche correlazioni tra abilità ritmiche ed abilità di lettura, nonché abilità musicali generali ed abilità verbali. Ciò suggerisce che alcuni aspetti della musica e dell’elaborazione del linguaggio richiedono abilità cognitive simili.
I risultati di varie ricerche suggeriscono che l’impiego di queste regioni attraverso l’allenamento musicale, possa facilitare lo sviluppo di una rete neuronale compensatoria bilaterale, che aiuti i bambini con funzioni atipiche nelle regioni temporo-parietali dell’emisfero sinistro.
Infatti, gli studi longitudinali che impiegano la risonanza magnetica con bambini in età scolare, hanno dimostrato alterazioni neurali a seguito di un allenamento musicale strumentale.
In particolare, i bambini di sei anni che ricevono circa uno-due anni di formazione musicale strumentale, dimostrano cambiamenti strutturali in diverse regioni del cervello, in particolare nelle cortecce uditive primarie e nel corpo-calloso.
L’apprendimento musicale produce effetti sulla plasticità cerebrale, modificando aree importanti non solo per la musica ma anche per le abilità cognitive/percettive non musicali, le quali possono giocare un ruolo nella lettura. In sintesi, numerose prove suggeriscono che l’abilità musicale sia direttamente associata alla consapevolezza fonologica e alla capacità di lettura.
Ad esempio, è stato dimostrato che il picchiettamento (tapping) del numero di sillabe in una parola ad un ritmo costante possa migliorare le prestazioni di spelling dei dislessici. È stato anche dimostrato che la conoscenza delle filastrocche è fortemente correlata alla consapevolezza fonologica dei bambini; le filastrocche sono ovviamente basate sul ritmo e la rima del linguaggio.
I programmi di trattamento per le persone con dislessia possono essere implementati in varie misure da terapisti, tutor ed insegnanti. La maggior parte dei programmi che sviluppano abilità di lettura usano un approccio multisensoriale.
Un ulteriore aspetto interessante da analizzare riguarda i musicisti allenati, noti per avere abilità di elaborazione uditiva specializzate ma che mostrano anche una dislessia persistente. Nella storia, è infatti nota l’esistenza di grandi musicisti dislessici, a partire da Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven, John Lennon, fino ai giorni nostri con Mika e Robbie Williams, solo per citarne alcuni. La lettura della musica sullo spartito non è molto diversa dalla lettura delle lettere, infatti, le lettere, sono simboli corrispondenti ad un suono, esattamente come una nota scritta su uno spartito. Quindi esiste allo stesso modo il problema della codifica, ma, i musicisti dislessici, nonostante dimostrino difficoltà di lettura, evidenziano anche abilità uditive specializzate nel dominio musicale.
In conclusione, le persone con dislessia sono dotate di punti di forza in altre aree come la capacità di pensare in immagini anziché in parole, essere altamente intuitive e perspicaci, avere una vivida immaginazione ed essere in grado di percepire la multidimensionalità. È fondamentale quindi aumentare la consapevolezza dei punti di forza, in quanto le persone con dislessia possono spesso sviluppare una scarsa immagine di sé e sentirsi meno intelligenti dei loro coetanei.
Inoltre, la dislessia, comporta un impatto negativo per quanto riguarda le attività della vita quotidiana, ed in primis l’adattamento scolastico. Proprio per questo, il bambino tende ad avere, di conseguenza, dei problemi psicologici che possono riguardare la scarsa autostima o la demotivazione.
Sebbene la strada sia ancora lunga e ricca di sfide, i risultati riportati finora dai vari autori, aprono nuove vie sugli effetti benefici della musica e del suo uso riabilitativo nelle classi con bambini dislessici.

“Chi tace con le labbra chiacchiera con la punta delle dita”.
(S. Freud)

Blog pro-ANA e pro-MIA: la ricerca della perfezione corre sul Web

A cura di Chiara TAGLIATESTA

Che cosa si intende per Disturbi del Comportamento Alimentare?
I DCA rappresentano una categoria di disturbi alquanto complessa e variegata.
Essi risultano caratterizzati da una rilevante modificazione delle abitudini alimentari e da una smisurata ed immotivata apprensione nei confronti del peso corporeo e della forma fisica.
L’insorgenza di tali disturbi si colloca, nella maggior parte dei casi, in pre-adolescenza ed in particolare in adolescenza. Lo sviluppo della sintomatologia già in età infantile, rappresenta un notevole fattore di rischio per la successiva manifestazione del disturbo.
I disturbi del comportamento alimentare si presentano con maggiore frequenza nel genere femminile rispetto a quello maschile, anche se da tempo si sta registrando un incremento delle richieste di cura da parte degli uomini.
All’interno del DSM-5 i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, come vengono attualmente definiti, si differenziano in sei principali categorie diagnostiche:
• Anoressia nervosa (è caratterizzata da un’importante restrizione nell’assunzione di calorie e da un peso corporeo eccessivamente basso, che si colloca quindi al di sotto dell’85% del peso atteso. La costante paura di ingrassare e un’imponente alterazione nella rappresentazione mentale dell’immagine corporea, portano la persona che ne soffre a percepirsi in una costante condizione di sovrappeso);
• Bulimia nervosa (è caratterizzata da episodi di abbuffate seguite da inopportuni comportamenti compensatori, almeno una volta a settimana, per tre mesi consecutivi. Il DSM-5 definisce un episodio di abbuffata “come l’ingestione di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili”. La sensazione è quella di perdere il controllo durante l’abbuffata. Le condotte compensatorie, che mirano ad evitare l’aumento di peso, consistono nel vomito autoindotto, nell’abuso di farmaci anoressizzanti, lassativi e diuretici, nell’attività fisica eccessiva e nel digiuno);
• Pica (consiste nell’ingestione ripetuta e prolungata, almeno un mese, di sostanze non alimentari e non commestibili, come gomma, metallo, vernice, talco, ciottoli, ghiaccio o creta, ecc);
• Mericismo (detto anche disturbo di ruminazione, consiste nella pratica di rigurgitare, masticare e deglutire più volte lo stesso bolo alimentare);
• Disturbo alimentare evitante/restrittivo (è caratterizzato dall’evitare o limitare l’assunzione di cibo. In questo caso non è presente un’immagine distorta del corpo);
• Disturbo da alimentazione incontrollata o Binge Eating Disorder (è caratterizzato da frequenti episodi di abbuffate, almeno una volta a settimana, per tre mesi consecutivi, che non vengono seguiti da condotte di eliminazione o di controllo del peso. Ciò porta ad uno stato di grave sovrappeso o obesità. Questa condizione è generata da fattori psicologici, in assenza di cause genetiche o mediche).
Tra i fattori di rischio e di mantenimento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, è necessario citare l’insoddisfazione per la propria immagine corporea, la bassa autostima, la vergogna, l’inadeguatezza, il criticismo percepito, il perfezionismo e lo smisurato bisogno di controllo. In molte circostanze il cibo viene usato per riempire un vuoto, per sentirsi esistere.
Negli ultimi anni, i Paesi occidentali e quelli in via di sviluppo si sono trovati ad affrontare la notevole proliferazione dei cosiddetti siti pro-ANA e pro-MIA, che inneggiano rispettivamente all’anoressia e alla bulimia. Questo fenomeno, comparso in Italia oltre dieci anni fa, è contraddistinto da una serie di spazi virtuali (chat, forum, blog, diari), in cui giovani adolescenti si scambiano consigli su come perdere peso velocemente, mantenendo un rigoroso controllo sul proprio corpo. Si trovano quindi indicazioni su come seguire diete estremamente restrittive (massimo 500 calorie giornaliere), compensare l’assunzione di cibo attraverso il vomito, il digiuno e l’attività fisica portata al massimo grado. Nonostante alcuni di questi siti sostengano di offrire supporto alle persone che cercano di uscire da questi disturbi, nella realtà offrono consigli su come farli perdurare. I forum di cui si parla sono tutti privati, per accedere è necessario contattare la responsabile, che a sua discrezione, potrà decidere se permettere alla nuova adepta di entrare nella cerchia. Il pro-ana rappresenta una vera e propria filosofia di vita, tutto viene sacrificato e annullato in nome della Dea Magrezza. Le ragazze che vi entrano a fare parte, vengono aggiunte anche in gruppi WhatsApp, all’interno dei quali iniziano a seguire rigidamente i precetti pro-ANA e pro-MIA. In caso contrario, diventerebbero delle “vacche grasse”, sempre e comunque imperfette. I comandamenti vanno seguiti alla lettera. Occorre sacrificare tutto, anche la vita, se ciò è utile a diventare pelle e ossa. “Se non sei magra, non sei attraente”, recita così il primo comandamento. E si prosegue con “essere magri è più importante che essere sani o ancora “l’unico Dio che conta davvero è la bilancia”, “se tu mangi, ti devi punire”, “bevi un bicchiere d’acqua ogni ora, ti farà sentire piena, “compra vestiti di taglie più piccole ed appendili dove li puoi vedere, “mangia nuda di fronte allo specchio, “preparati una lista di scuse per cui non puoi mangiare”. Vengono postate foto di magrezza estrema, solitamente delle ossa, ma anche atti di autolesionismo, in particolare tagli e ferite ancora sanguinanti. In tale modo, il lato esibizionista trova appagamento.
Alcuni studi hanno dimostrato, che dopo aver navigato sui diversi siti pro-ANA, un numero notevole di giovani donne presentavano un abbassamento dell’autostima, una percezione peggiorata della propria immagine corporea e una propensione più spiccata al confronto rispetto alla propria forma fisica. Si tratta di una vera e propria celebrazione del disturbo alimentare. L’obiettivo principale è il raggiungimento della perfezione, della magrezza ad ogni costo. Stephanie Tierney, in un lavoro di ricerca del 2006, ritiene che questi siti hanno raggiunto tale risonanza in quanto facilitano la formazione di un senso di comunità e di appartenenza tra le persone affette dal disturbo. Essi promuovono inoltre lo sviluppo di un senso di identità e incoraggiano la ricerca di informazioni su come perdere peso. Interessanti sono le parole di Rose, 17 anni, frequentatrice per due anni di un gruppo pro-ANA su Facebook: “Questi siti mi hanno permesso di trovare un luogo dove poter parlare del mio disturbo senza che ci fosse qualcuno che tentasse a tutti i costi di mettermi a posto o di dirmi che quello che stavo facendo era orribile e disgustoso. Per me, buona parte del problema era il cercare di ricevere attenzioni. Mi sentivo così sola e volevo solo che qualcuno mi notasse, e ho trovato quel modo”.
Si parla di una rete di circa 300mila siti, a cui vanno aggiunti gli account dei social network.
Occorre intervenire, subito, e con ogni mezzo a disposizione.

Sitografia:

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http://osservatorioproana.altervista.org/

L’angoscia di separazione ai tempi dello smartphone

a cura di Carolina Lazzari

Negli ultimi tempi, capita sempre più spesso di leggere nei giornali notizie di persone, che in seguito alla fine di una relazione amorosa, si sono suicidate o che hanno ucciso l’ex. Di certo non tutti arrivano a questi comportamenti estremi ma quanti di noi non hanno almeno un amico o un’amica che non riesce ad accettare la fine di una relazione o che controlla costantemente l’ex o persino una persona che gli piace, su facebook, instragram, twitter e così via.
L’esperienza della separazione ci accompagna sin dalla nascita e rappresenta la prima e vera angoscia che il bambino si trova ad affrontare. Otto Rank scrisse un saggio intitolato “il trauma della nascita”, in cui descrisse la separazione dall’utero materno, dalla placenta, come un vero e proprio trauma. Allo stesso modo, Freud parlava di “trauma primitivo”. In effetti, se ci soffermiamo solo un momento a pensarci, il neonato passa improvvisamente da un luogo caldo e silenzioso, in cui i suoi bisogni vengono soddisfatti, ad un luogo sconosciuto, rumoroso, con persone che parlano in modo incomprensibile, vedendo cose a cui non sanno attribuire un significato e in cui i suoi bisogni non vengono soddisfatti immediatamente, senza chiedere.
Passa quindi, da una sorta di situazione di “onnipotenza”, ovvero di assenza di bisogni, ad una situazione di attesa, di frustrazione e con numerose stimolazioni. In questa transizione un ruolo primario lo svolge la madre, che se “sufficientemente buona”, riprendendo la terminologia usata da Winnicott, grazie al contenimento e alla comprensione emozionale, riesce a introdurre la realtà a piccole dosi, riducendo gli stimoli troppo numerosi o intensi.
Grazie al contenimento psichico della madre, il neonato si sente compreso e sollevato dalle proprie angosce, introiettando una mente che pensa e strutturando la sua mente. Ciò gli permette di imparare a tollerare le frustrazioni e a stare da solo in quanto ha introiettato una madre presente ma non intrusiva, e di vivere quindi la separazione e il lutto. Possiamo intuire però, come una volta compreso che la sua sopravvivenza fisica e psicologica dipenda da un’altra persona, l’assenza della stessa, almeno inizialmente, generi angoscia in quanto mette a rischio la sua integrità.
Sotto questo aspetto, lo smartphone sembra non facilitare l’esperienza della separazione, del lutto. Il cellulare oggi è diventato un oggetto essenziale, al punto che quando ci accorgiamo di averlo dimenticato a casa, subentra una sorta di stato di panico perché in qualche modo non siamo più “connessi”, siamo tagliati fuori dal mondo. Se anni fa questa era una cosa normale o quanto meno tollerabile, oggi è fonte di frustrazione, di ansia. Rispetto al tema della separazione, lo smartphone assume un forte valore: esso infatti ci permette di “vincere” l’assenza, la perdita. Grazie all’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni, il cellulare è diventato un vero e proprio mini computer, che ci permette in ogni momento di comunicare con gli altri, di visualizzare le loro foto, di sentire la loro voce (tramite audio, video), e grazie all’avvento dei social, di “partecipare” alla loro vita, ai loro successi, viaggi ecc. anche in modalità “diretta”, ovvero nel momento stesso in cui la persona la sta vivendo. Questo ci permette di non sentirci mai soli pur in assenza di un reale contatto. Pensiamo per esempio, a tutte le volte che rimasti soli anche per pochi minuti (aspettando un treno o un amico che è andato al bagno) tiriamo fuori, senza neanche pensarci, il nostro cellulare.
Non solo, le applicazioni permettono ora di conoscere gli accessi, la visualizzazione o meno di un messaggio, aumentando in un certo senso le nostre pretese verso l’altro, per cui il visualizzato senza risposta diventa un “ce l’ha con me” o “mi ignora, non gli interessa”, escludendo quasi del tutto la possibilità che l’altro sia impegnato o che semplicemente non abbia voglia di rispondere. Vengono meno quindi, l’attesa, il riconoscimento dell’autonomia dell’altro, la capacità di stare soli e di vivere in maniera sana la separazione, a favore di una sempre maggior intolleranza della frustrazione e dell’incertezza.
Nonostante quindi l’avvento dello smartphone ci abbia palesemente agevolati in diversi ambiti della nostra vita (sociale, lavorativo, nelle attività quotidiane ecc.), come riportano molto chiaramente Riggi, Porceddu e Rizzo[1]: “il cellulare ha favorito un’amplificazione di meccanismi già esistenti in noi”, ravvivando il “ricordo” dell’esperienza di onnipotenza prima della nascita che, proseguono gli autori, “non accettiamo mai completamente di abbandonare, cercando ogni occasione per restaurarla”. Ciò diventa rilevante per una maggiore consapevolezza e senso critico nell’utilizzo di questo piccolo ma potente strumento.

Bibliografia
1. Porceddu Michele, Riggi Giuseppe, Rizzo Francesco. “Perché non mi rispondi? Psicologia e psicopatologia dei contatti frequenti con il cellulare”. Castel San Pietro Terme (BO), In.edit edizioni, 2018.
2. Blandino Giorgio. “Psicologia come funzione della mente: paradigmi psicodinamici per le professioni di aiuto”. Novara, De Agostini Scuola SpA, 2009.

Il cervello emotivo: la sede delle emozioni

Nel gergo comune, emozioni e sentimenti sono simbolicamente rappresentati dal cuore, visto come la sede “dell’animo umano”. Si ha però la certezza scientifica che al cuore spetta l’importante funzione biologica di pompare sangue, ossigeno e funzioni nutritive in tutto l’organismo, ma tale organo non ha a che fare con la fisiologia dell’emotività.

Sorge allora spontanea una domanda: in quale parte del corpo umano “risiedono” le emozioni?

Nonostante il cuore sia un organo vitale, vi è un’altra parte importante dell’organismo che è fondamentale, perché permette di percepire il mondo circostante, imparare, controllare comportamenti, movimenti, pensieri e, appunto, le emozioni. Si tratta del Sistema Nervoso, ovvero l’insieme di organi e strutture che trasmettono segnali alle diverse parti del corpo per coordinare le funzioni fisiche e psicologiche. Tuttavia prima di capire dove “si collocano” le emozioni all’interno del Sistema Nervoso e come funzionano, è importante chiarire cosa si intende quando si parla di emozioni.

Su questo argomento la letteratura scientifica è molto ampia, per cui è possibile far riferimento a numerose teorie sulle emozioni. Darwin, studiando le espressioni facciali, ha dimostrato come queste siano universali, biologicamente innate, ma anche adattive dal punto di vista evolutivo, poiché permettono di adattarsi all’ambiente: chi si accorge di un pericolo, ad esempio, può facilmente comunicarlo agli altri membri del gruppo attraverso l’espressione facciale spontanea della paura.

Secondo la teoria di James-Lange (1884) l’emozione è la sensazione che deriva da modificazioni fisiologiche; Zajonc (1980) spiegò che le emozioni sono la prima risposta che un individuo fornisce ad un evento, mentre per Lazarus (1982) esse derivano dalla valutazione cognitiva degli eventi e della situazione ambientale.

Ekman (2008) ha elencano ben 7 emozioni primarie: rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disprezzo e disgusto. Queste sono dette primarie in quanto rappresentano esperienze di base universali riscontrabili in popolazioni diverse e si differenziano dalle emozioni secondarie (come allegria, invidia, vergogna, gelosia, rimorso), in quanto queste ultime risultano della combinazione delle emozioni primarie.

In seguito a queste e molte altre teorie e ricerche, attualmente si ritiene che le emozioni siano delle risposte psicofisiologiche attraverso cui l’organismo risponde a ciò che accade attorno a lui, soprattutto se si tratta di cambiamenti ed eventi soggettivamente significativi. Si tratta quindi di aspetti importanti della vita dell’uomo che hanno a che fare con l’istinto di sopravvivenza e che, come tante altre funzioni, sono regolate dal Sistema Nervoso.

In particolare si ritiene che le emozioni abbiano sede in una specifica area del cervello, chiamata “Sistema Limbico”. Il primo esperto che parlò di tale area cerebrale, dandogli il nome di “grande lobo limbico”, fu Paul Broca; tuttavia studi più approfonditi furono effettuati da Papez (1939), ma soprattutto da MacLean (1949). Il Sistema Limbico, che attualmente è anche noto come “Cervello emotivo”, è costituito da svariate e interconnesse strutture cerebrali che insieme coordinano i compiti di percepire, prendere consapevolezza, controllare ed esprimere le emozioni. Tra questi sono importanti: l’Ippocampo, che è la sede della memoria emotiva perché permette di ricordare le informazioni sensitive-sensoriali relative agli eventi vissuti; l’amigdala, nota per la sua forma a mandorla, che è il principale centro in cui vengono gestite le emozioni e dove ha origine la paura; l’Ipotalamo, i cui corpi mammilari ricevono impulsi dall’amigdala e dall’Ippocampo e le trasferiscono al Talamo; la Fornice, una fascia di fibre nervose che connette l’ippocampo con le altre regioni encefaliche, trasmettendo le informazioni emotive; e la corteccia limbica. Vista la connessione tra queste zone cerebrali è difficile stabilire con precisione il lavoro specifico effettuato da ognuna di esse: vi è quindi una cooperazione che permette di eseguire l’importante funzione della regolazione emotiva.

Ma le emozioni sono anche connesse con un’altra importante parte del sistema Nervoso: il Sistema Nervoso Autonomo, così definito perché riguarda tutte quelle reazioni fisiologiche (quali l’accelerazione del battito cardiaco, la sudorazione, la contrazione muscolare, l’attività gastrointestinale e così via) che si svolgono “autonomamente”, cioè indipendentemente dalla propria volontà. È facile notare che, quando una persona prova una determinata emozione, a livello fisiologico vengono innescati delle reazioni su cui non si ha alcun controllo: chi ha paura, ad esempio può presentare un improvviso aumento della sudorazione, tremore muscolare e accelerazione del battito cardiaco.

Come mostrato da alcuni delle informazioni citate in questo articolo, che rappresentano solo una parte di ciò che si è scoperto su questo argomento, negli ultimi anni la neuroscienze ha fatto molti passi in avanti nello studio e nella comprensione delle emozioni; tuttavia alcuni meccanismi non sono ancora ben chiari, e restano misteri che aspettano di essere svelati.

Emilia Biviano

Sitografia:

https://lamenteemeravigliosa.it/

https://www.stateofmind.it/

Foto di Sara Sperindei

Ernest Hemingway: una vita borderline

Un’esistenza avventurosa quella di Ernest Hemingway, vissuta a pieno tra le sue più grandi passioni quali lo sport, la vita all’aria aperta, il pugilato, la corrida, il safari, la pesca e la caccia solo per citarne alcune.

Ancora oggi, l’autore, viene considerato uno dei più grandi narratori del Novecento, con il tema della “lotta tra il bene ed il male” che contraddistingue i suoi racconti.

La sua vita però non fu sempre in discesa, infatti fu caratterizzata da profondi avvenimenti drammatici, tra i quali l’incidente del 1918, durante la prima guerra mondiale, quando venne assegnato dalla Croce Rossa come autista volontario e durante il quale rimase gravemente ferito alla gamba. Fu proprio da questa esperienza, che l’autore prese coscienza di sé, aumentò in lui un senso di importanza, grazie anche ai riconoscimenti ricevuti, dalla croce di guerra americana alla medaglia d’argento italiana. È proprio sul fronte italiano, che il giovane Hemingway diventò un uomo, conoscendo l’avventura e la gloria, l’amore e la morte.

Anche il suicidio del padre, avvenuto nel 1928, segnò profondamente la sua esistenza, convincendolo sempre di più ad affrontare la vita come una costante sfida con se stesso, in un mondo privo di significato. Sin da ragazzo, i rapporti con il padre furono burrascosi, fino al punto di allontanarsi dal lui, evento che gli lasciò l’eterno dubbio di essere in qualche modo responsabile della sua morte.

Nel 1954, durante un safari in Africa con la moglie, rimase coinvolto in un incidente aereo. Durante il volo, le tracce del piccolo velivolo scomparvero e solo in un secondo momento vennero ritrovati i resti in mezzo agli alberi nella giungla dell’Uganda ma senza superstiti. L’incidete non lasciava speranze e in tutto il mondo iniziò a diffondersi la notizia della sua tragica morte; perfino l’autore stesso lesse sui notiziari vari necrologi sul suo decesso. Fortunatamente, il giorno dopo la notizia fu smentita, apprendendo che Hemingway, la moglie ed il pilota furono sopravvissuti, riparati in un villaggio nelle vicinanze. Dopo qualche giorno, durante un altro spostamento aereo, ci fu un secondo incidente, l’abitacolo prese fuoco. Anche questa volta i coniugi si salvarono miracolosamente. L’autore appare sofferente, riportando scottature di primo e secondo grado, lesioni interne al fegato, reni e stomaco.

Da questo momento, salute fisica e mentale furono sempre più precarie e compromesse; nonostante un lento recupero fisico, lo stato psichico non migliorò.

A causa dell’alcol, riscontrò problemi al fegato e gli venne inoltre diagnosticata l’emocromatosi, una malattia metabolica genetica dovuta all’accumulo di rilevanti quantità di ferro in vari tessuti ed organi.

Infine, gli venne accertata un’encefalopatia cronica traumatica (CTE), nota anche come sindrome da demenza pugilistica, una condizione patologica indotta dall’accumularsi nel tempo di ripetute commozioni cerebrali. Venne sottoposto a 24 elettroshock, i quali gli provocarono grosse lacune mnesiche. Lui stesso dichiarò che queste terapie gli rubarono il suo capitale, la memoria.

Nel 1953, vinse il premio Pulitzer grazie al romanzo “The old man and the sea” (Il vecchio e il mare, 1952), storia di un uomo che si confronta con la natura, nel quale emerge la lotta tra l’essere umano e le forze naturali. L’anno successivo ottenne il premio Nobel per la letteratura, per il suo stile contemporaneo ma che non riuscì a ritirare personalmente a causa del suo grave stato di salute.

Dopo vari ricoveri, nel 1961, quando le sue condizioni fisiche non gli permisero nemmeno più di scrivere, trovandosi costretto a convivere con continue emicranie, decise di farla finita, suicidandosi con un colpo in fronte del suo fucile da caccia preferito.

Un tragico epilogo per una vita vissuta senza tregua, domata dall’istinto delle passioni.

L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non può essere sconfitto.”

(Ernest Hemingway)

Dott.ssa Sara Sperindei

Ragno Violino : l’ansia del mostro nascosto

Mai come quest’anno sembra essere insorta una forte preoccupazione rispetto al ragno violino: recenti sono state le segnalazioni di morsi a Roma, Parma e in questi giorni anche a Pesaro.

Il morso inizialmente indolore, porta a gonfiore e arrossamento, eritemi e nei casi più gravi a indolenzimento e insensibilità con necrosi della pelle nel punto colpito, fino ai casi estremi (dipendenti anche dal punto in cui si è morsi) di aritmie e morte. Già dai primi casi, si è posta subito una grande attenzione per questo insetto che da sempre popola l’area mediterranea.

Ma chi è davvero questo mostro? Gli entomologi lo descrivono come un ragno “timido”, tendente più alla fuga che all’attacco. Nonostante ciò sono bastati una decina di casi riportati sui giornali a generare panico e a far entrare questo ragno nelle fantasie di molti italiani.

Ciò appare molto interessante ai nostri occhi, in quanto da questi allarmismi possono scaturire paure più generiche e intense, come l’aracnofobia, ovvero la paura irrazionale dei ragni. Quest’ultima è da sempre molto diffusa e ciò ha, in parte, un importante significato evolutivo, in quanto ha favorito la sopravvivenza della nostra specie. L’aracnofobia però, cosi come molte fobie, non è solo dettata da meccanismi di condizionamento diretto, ma come ha evidenziato già negli anni ‘70 Bandura, anche da una trasmissione sociale delle paure. Essa quindi, può essere appresa tramite osservazione e trasmissione di informazioni ed istruzioni. Anche in questo caso, le notizie giornalistiche vengono per lo più riportate con titoli e termini sensazionalistici e spaventanti, perché si sa, le notizie negative suscitano emozioni più forti che catturano la nostra attenzione, portandoci però a non vedere l’intero. Per cui poco importa se il ragno tende a mordere solo se si sente minacciato e sia poco frequente, perché nella nostra mente rimane impressa solo la possibilità di un pericolo. Allo stesso modo, la propensione del ragno a stare nascosto, viene percepita come una minaccia ancora più ansiogena, in quanto aumenta il grado di imprevedibilità, con la possibilità che possa sbucare da un momento all’altro da un lenzuolo, da una scarpa o persino dalla biancheria.

Con questo non si invita a prendere sotto gamba il reale malessere che il morso del ragno violino può causare, ma solo a non trasformare un piccolo insetto, nel “mostro che si nasconde sotto il letto”, alimentando paure altrettanto invalidanti.

 

Dott.ssa Carolina Lazzari

Teoria Mindfulness

Vivere nel presente, vivere la propria vita attraverso la piena consapevolezza dei propri sensi e dei propri processi. Questa è la prospettiva della Mindfulness che ci offre la possibilità di una conoscenza che si manifesta quando l’attività discorsiva ininterrotta della mente si placa creando lo spazio perché emerga spontaneamente una presenza, una consapevolezza silente, al di là delle parole e dei concetti, del pensare e dell’intendere che ci permette di vedere, conoscere e comprendere ciò che viviamo.

Come dice Jon Kabat-Zinn: “la consapevolezza è soprattutto una questione di attenzione e lucidità. Nella nostra società tendiamo a dare per scontate queste capacità e non pensiamo a svilupparle. Mindfulness vuol dire semplicemente essere presenti a se stessi, approfondire la propria autocoscienza”.

 

LA PROSPETTIVA DELLA MINDFULNESS propone una nuova modalità per entrare in contatto intimo e profondo con le proprie esperienze e favorisce lo sviluppo di una particolare attenzione al proprio modo di percepirle, aiutando a rinnovare il consueto modo di reagire ad esse. Mindfulness è un termine anglosassone che in questo contesto significa “consapevolezza non giudicante del momento presente coltivata attraverso il prestare attenzione”. Il potere terapeutico e liberatorio di questo stato di presenza mentale è sempre più al centro dell’interesse scientifico e della ricerca in psicoterapia, medicina integrativa e complementare ed in ambito psico-educazionale. Il programma MBSR, è un programma sviluppato nell’ambito della medicina comportamentale dal prof. Jon Kabat-Zinn dell’Università del Massachusets (U.S.A). Sviluppato da oltre 25 anni (1979), è stato completato ad oggi da oltre 20.000 persone e viene proposto in più di 400 ospedali negli Stati Uniti e in Europa nel contesto della medicina integrativa.

Costituendo l’esperienza più riconosciuta delle applicazioni cliniche, preventive e riabilitative della Mindfulness, è anche il programma più studiato e validato dalla letteratura di ricerca e il più ricco di nuovi sviluppi ed utilizzi.

 

IL PROTOCOLLO MBSR è rivolto a tutte le persone che si trovano a vivere a contatto con l’intensità ed il disagio dell’esperienza umana, derivanti dalla difficoltà di gestire eventi stressanti, che possono avere cause improvvise o essere di lunga durata, come incidenti, malattie, lutti, separazioni, avvenimenti traumatici o la sempre più consueta difficoltà dovuta al vivere intenso in una condizione di sovra esposizione a molteplici attività. L’iperattività e la multifunzionalità a cui siamo esposti quotidianamente ci portano ad una dimensione di stress e ad una iper-sensibilità con effetti che si possono riscontrare in disturbi del sonno, dell’attenzione, dell’alimentazione, o nel prodursi di stati di agitazione quali ansia, inquietudine, depressione, pensieri ricorrenti e in una vasta serie di disturbi fisici correlati. La pratica della consapevolezza promuove un approccio consapevole alle origini dello stress e aiuta a riconoscere le cause dei propri automatismi mentali e a ridurne il consueto coinvolgimento automatico.

A cura di: Dott.ssa Elisa Nesi

Mindfulness

Rispondere allo stress: il primo passo per rompere il circolo vizioso di reattività allo stress è diventare consapevole di quello che ti succede esattamente nel momento in cui ti sta accadendo.

Aumentando la tua consapevolezza cambi l’intera situazione prima ancora di agire. Come abbiamo visto, intraprendere il cammino della risposta consapevole allo stress non significa che non reagirai mai più e che non sarai a volte sopraffatta dalla rabbia, dal dolore o dalla paura. Ma è importante capire che rispondendo allo stress non cerchiamo di reprimere le nostre emozioni. Cerchiamo invece di imparare a lavorare con tutte le nostre reazioni, fisiche ed emotive, in modo da essere meno in loro balìa e da vedere più chiaramente come possiamo rispondere alle situazioni efficacemente.

Quel che ti succederà in una data situazione dipende dalla gravità dell’evento e dal significato che avrà per te. Non è possibile sviluppare preventivamente una strategia da utilizzare in tutte le situazioni di stress. Rispondere allo stress richiede consapevolezza, momento per momento. Dovrai usare la tua immaginazione e  fidarti della tua capacità di trovare nuovi modi di guardare le cose e di rispondere a ciascun momento. Ogni volta che incontri lo stress in questo modo, esplori un territorio sconosciuto. A volte di renderai conto di non voler più reagire nella vecchia maniera, ma non saprai come rispondere in modo nuovo.. ogni occasione sarà diversa da tutte le altre. Le scelte che potrai fare dipenderanno dalle circostanze. Ma, almeno, quando affronti la situazione con consapevolezza hai tutte le tue risposte a disposizione. Sei libera di essere creativa. Coltivando la consapevolezza, la tua capacità di essere pienamente presente può emergere anche nelle circostanze più difficili, può abbracciare tutto il campo dell’intera catastrofe. A volte ridurrà il tuo dolore, a volte no. Ma la consapevolezza porta un certo tipo di consolazione, anche in mezzo alla sofferenza. Potremmo chiamarla la consolazione della saggezza e della fiducia, la consolazione di essere interi.

Ascoltare il corpo

Saggia attenzione: la via della consapevolezza consiste nell’accettarci così come siamo, in questo momento, con o senza sintomi, con o senza dolore, con o senza paura.

Ci permettiamo, almeno per un momento, di entrare nella piena sensazione del sintomo. Questo richiede coraggio, specialmente quando il sintomo è doloroso o quando abbiamo paura della morte. Ma puoi almeno fare un piccolo esperimento, avvicinarti un pochino al sintomo, diciamo per dieci secondi, tanto per guardarlo un po’ più da vicino. Quando facciamo questo, incontriamo anche le emozioni che il sintomo ci provoca. Se proviamo rabbia, rifiuto, paura, disperazione o rassegnazione, cerchiamo di osservare anche queste cose il più spassionatamente possibile. Perché? Per la sola ragione che è la nostra esperienza in questo momento. Questo è il luogo dove ci troviamo. Se vogliamo guarire e muoverci verso un maggior benessere, dobbiamo partire da dove siamo, non da dove vorremmo essere. Il movimento verso la salute parte dal qui ed ora. Perciò osservare attentamente i tuoi sintomi e le tue emozioni, accettando entrambi per quello che sono, è della massima importanza. Visti in questa luce, i sintomi e le emozioni che ti suscitano appaiono come messaggeri, venuti a comunicarti cose importanti riguardo al tuo corpo e alla tua mente. Anticamente, quando un re non gradiva il messaggio che gli arrivava, faceva tagliare la testa al messaggero.

Il nostro comportamento verso i sintomi è spesso di questo genere. Ma uccidere il messaggero e ignorare il messaggio non è un modo intelligente per cercare la guarigione. La cosa più dannosa che possiamo fare è ignorare le connessioni che chiudono i circuiti di feedback cruciali e ripristinano l’autoregolazione e l’equilibrio.

La vera sfida, quando abbiamo dei sintomi, è ascoltare veramente il loro messaggio e prendercelo a cuore: vale a dire, realizzare pienamente la connessione.

Disidentificazione: i pensieri negativi come gli altri, vanno e vengono. Come ogni altra reazione, la sfida che essi ci propongono è quella di osservarli semplicemente come pensieri.

Facendo ciò puoi osservare anche il mal di testa nella tua esperienza presente. Osservando il mal di testa, esaminando la costellazione di pensieri ed emozioni che lo accompagnano (la reazione, il giudizio, il rifiuto di come ti senti, il desiderio di sentire qualcosa di diverso), magari ad un certo punto ti accorgerai che tu non sei il mal di testa, a meno che non ti ci identifichi tu stesso. Forse non è il tuo mal di testa, ma solo un mal di testa. O forse solo una sensazione nella testa che non ha bisogno di nessun nome. La maggior parte delle persone che soffrono di mal di testa cronico, riferiscono che mano a mano che cominciano a praticare la meditazione regolarmente, sia la frequenza, sia l’intensità dei dolori diminuiscono. La meditazione influisce in due modi: può essere usata per alleviare un mal di testa presente, con la tecnica della respirazione (magari immaginando anche un buco immaginario in cima alla testa da cui esce dolore), e serve anche per prevenire il mal di testa, grazie al rilassamento complessivo prodotto da una pratica regolare, che spesso elimina i presupposti fisiologici che danno origine al mal di testa.

Quando osservi un sintomo  con piena consapevolezza, che sia tensione muscolare o palpitazioni cardiache, difficoltà di respirare, febbre o dolore, è molto più facile ricordarti di rispettare il tuo corpo e ascoltarne i messaggi. Quando non riusciamo a metterci in un vero rapporto di  ascolto e neghiamo il sintomo o ce preoccupiamo in maniera ossessiva o esagerata, ci creiamo seri problemi. Di solito il tuo corpo fa di tutto per farti arrivare i suoi messaggi, anche quando non hai una buona connessione con la tua mente cosciente. È importante e forse è il momento per cominciare a rispettare il tuo corpo e ad ascoltarne i messaggi, con quella gentilezza amorevole di cui abbiamo parlato.

Nel fare questo lavoro, devi ricordarti che comporta pazienza, dolcezza, amore verso te stessa e perfino verso il tuo dolore. Comporta lavorare in prossimità dei tuoi limiti, ma delicatamente, senza sforzarti eccessivamente, senza esaurirti, senza cercare a tutti i costi di sfondare gli ostacoli.

I progressi verranno da sé, a loro tempo, se metti tutta la tua energia nell’esplorazione di te stessa. La consapevolezza non attacca le resistenze come un bulldozer. Devi lavorarci delicatamente intorno, un po’ qui e un po’ là, mantenendo viva nel cuore la tua visione, specialmente nei momenti più dolorosi e difficili.

Per lavorare consapevolmente con le emozioni, comincia con il riconoscere quello che senti e pensi in questo momento. Può essere utile fermarti completamente, anche solo per pochi istanti, e stare con il dolore, respirarci dentro, sentirlo, senza cercare di spiegartelo razionalmente, di cambiarlo o di cancellarlo. Già questa breve pausa ti porta ad uno spazio di maggior calma. Ricorda che anche nella sofferenza emotiva ci sono due componenti principali che interagiscono tra loro: una è la componente delle tue emozioni, l’altra  è quella della situazione, del problema, che ti suscita quelle emozioni. Mentre stai con il tuo dolore, puoi provare a rivolgere l’attenzione al tuo stato emotivo in se stesso, indipendentemente da ciò che è successo o che sta succedendo. E quando si tratta di agire, puoi provare a concentrarti sul problema, indipendentemente dalla forte emozione che ti suscita. Se riesci a distinguere queste due componenti del problema, è più facile che tu riesca a trovare la via verso una soluzione efficace dell’intera situazione, compreso il tuo dolore. Se il problema ti sembra troppo grande per affrontarlo tutto insieme, cerca di scomporlo in parti più piccole. Poi agisci, fai qualcosa. Ascolta la tua intuizione, il tuo cuore. Puoi anche decidere di non fare nulla e usare la pratica del non fare. A volte è la risposta più appropriata.  Muovendoti con consapevolezza nel presente, sia che significhi fare qualcosa o non fare nulla, ti lasci il passato alle spalle. La situazione complessiva cambia per effetto delle tue decisioni, e questo influisce sul problema. Questo modo di affrontare una situazione emotivamente dolorosa viene detto, centrato sul problema. Rivolgere una saggia attenzione alle emozioni è quello che si dice un approccio centrato sulle emozioni. Come abbiamo visto, introdurre consapevolezza nella tempesta emotiva già influisce sulla risoluzione e ti aiuta a sopportarla. Le tue emozioni puoi cullarle nella tua consapevolezza come una madre amorevole, puoi trattarti con amore e delicatezza in mezzo al tuo dolore. Quando ti concentri sulle tue emozioni, osserva i tuoi pensieri e sentimenti nella prospettiva della consapevolezza, ricordandoti che puoi lavorarci; fino a rinquadrare la situazione in una diversa prospettiva.

I momenti di turbamento emotivo, i momenti di tristezza, rabbia, paura, lutto, i momenti in cui ci sentiamo feriti, sperduti, umiliati, frustrati, sconfitti, sono quelli in cui abbiamo più che mai bisogno di contare sulla forza e stabilità del nostro centro. In momenti del genere, è utile fermarsi e darsi uno spazio di quiete. Osservando la nostra sofferenza emotiva in uno spirito di accettazione, di apertura e di delicatezza verso noi stessi, e nello stesso tempo adottando un approccio centrato sul problema, troviamo il punto di equilibrio tra rispettare il nostro dolore e agire efficacemente nel mondo.

La consapevolezza dei nostri pensieri e sentimenti, soprattutto in rapporto con altre persone, ci aiuta molto ad agire efficacemente anche in mezzo alla sofferenza. E nello stesso tempo getta il seme per la guarigione del cuore e della mente.

A cura di: Dott.ssa Elisa Nesi

Il test di Rorschach

Il test di Rorschach, detto anche Rorschach Inkblot Test, fu costruito da Hermann Rorschach nel 1921 e rientra nella categoria dei test proiettivi: il paziente non conosce né gli obiettivi del test, né il modo in cui le sue risposte saranno valutate; è, inoltre, completamente libero di rispondere, organizzando soggettivamente contenuto e forma degli stimoli che gli vengono presentati. Questo genere di test conduce, generalmente, ad interpretazioni olistiche della personalità del paziente, supportate dalla teoria psicoanalitica: grazie all’ uso massiccio dei meccanismi di scissione e proiezione, che il paziente fa nel dare forma e senso a ciò che vede, è possibile accedere ai suoi sentimenti, paure e desideri più remoti e inconsci.

 

Il materiale

 

Il test consiste nella presentazione standardizzata e sequenziale al paziente di 10 tavole (formato 23 x17 cm.) su ciascuna delle quali compare una macchia di inchiostro informe e simmetrica rispetto all’ asse centrale.

Queste sono state scelte tra moltissime altre, in base a 2 criteri:

1) AMBIGUITA’: la macchia deve permettere un’ interpretazione il più possibile libera.

2) SEMPLICITA’: la macchia deve essere abbastanza regolare, in modo da consentirne una definizione.

Le tavole possono essere classificate in base a 2 parametri:

a) COLORE: le tavole 1, 4, 5, 6 sono caratterizzate dal chiaroscuro; la tavola 7 è grigia; le tavole 2 e 3 sono le uniche in cui compare il rosso accanto al bianco-nero;  le tavole 3, 9, 10 sono di colore pastello.

b) COMPATTEZZA e APERTURA/CHIUSURA:

–          rispetto alla compattezza: LE TAVOLE 1, 4, 5, 6, 10 hanno un aspetto unitario e massivo; le tavole 2, 3, 7, 8 sono configurate bilateralmente.

–          rispetto all’ apertura/chiusura: le tavole 1, 2, 3, 7, 9, 10 sono considerate aperte; le tavole 1, 4, 5, 6 sono considerate chiuse.

 

Somministrazione

 

Le tavole, rigorosamente ordinate dalla prima alla decima, vengono presentate al bambino una alla volta. Per quanto riguarda la consegna, ogni volta che al paziente viene mostrata una tavola, gli si pone la domanda:” Cosa vedi?”, dopo avere, comunque, precisato l’impossibilità di stabilire risposte giuste o sbagliate.

Posto di fronte a ciascuna tavola, il soggetto è libero di osservarla, capovolgerla e quindi organizzarla percettivamente, oppure di non fare o dire nulla: questo fornisce, di per sé, dati utili al fine della diagnosi.

Compito dello psicologo è trascrivere tutto ciò che il paziente riferisce in corrispondenza di ciascuna tavola, su un foglio bianco, ripartito in 2 colonne: nella prima scriverà le risposte, nella seconda riporterà i dati derivati dall’ inchiesta. Questa si compie dopo la somministrazione di tutte le tavole, per non influenzare il rendimento del bambino, e consiste fondamentalmente in una seconda presentazione delle stesse, al fine di ottenere informazioni utili per una siglatura precisa. In questa fase, infatti, il bambino può proporre aggiunte, variazioni, può negare una risposta o semplicemente non dire niente: ciò dovrebbe consentire allo psicologo di capire meglio la determinante di una risposta (contorni della macchia, movimenti, sfumature, colore cromatico, ecc.).

 

Descrizione delle tavole

 

A livello specifico, è necessario segnalare alcune particolarità che riguardano solo determinate tavole:

TAVOLA 2: spicca il colore rosso, che ha come effetto il cosiddetto “ Shock al rosso”: ciò provoca, di solito, alcuni secondi di latenza tra presentazione e risposta.

TAVOLA 4: rappresenta la “ tavola paterna”.

TAVOLA 5: è la tavola più semplice che dà luogo, normalmente, a percezioni piuttosto standard.

TAVOLA 7: è la “tavola materna“: l’ organizzazione percettiva di questa settima tavola dà informazioni sul rapporto primario, quindi passato, con la figura materna.

TAVOLA 9: è una seconda “tavola materna”, la cui organizzazione percettiva dà, però, informazioni sulla modalità in cui la figura materna è vissuta attualmente.

 

Siglatura e interpretazione

 

Nell’ interpretazione del Rorschach, l’accento è posto sul modo in cui il paziente organizza la percezione, dà forma alla sua risposta, sulle motivazioni che fornisce e sui contenuti che presenta, spesso ricorrenti da una tavola all’ altra.

In generale, percezioni che si armonizzano con la macchia di inchiostro stanno ad indicare un buon livello di funzionamento psicologico e una buona capacità di tenere conto della realtà; al contrario, risposte indefinite, disarmoniche, bizzarre, sono indici di una vita fantasmatica irrealistica, conflittuale e fortemente connotata emotivamente.

Per quanto riguarda il livello dei contenuti, i principali parametri da considerare sono la percezione di oggetti animati o inanimati, umani o animali, statici o in movimento, esprimenti affetto o ostilità.

Al termine, si chiede al paziente quale tavola ha gradito di più e quale, invece, ha trovato più sgradevole: questo consente un primo approccio alle difese inconsce del soggetto.

Siglatura e interpretazione del Rorschach sono, comunque, complesse e controverse: il Sistema Comprensivo di Exner, tendente ad integrare le proposte dei vari sistematizzatori, rappresenta forse il metodo attualmente più in uso.

 

La dipendenza da lavoro

Una delle più attuali e pericolose forme di dipendenza è quella che riguarda un’attività che è  parte integrante della vita di ogni persona: la dipendenza da lavoro.

Il termine workaholic (ubriaco di lavoro) è stato coniato da Oates nel 1971 ed indica una persona “il cui comportamento è compulsivo nei confronti del lavoro nello stesso modo in cui quello dell’alcolista lo è nei confronti dell’alcol” (Robinson,1998).

Sebbene in Italia sia pressoché sconosciuta, in altri paesi è ormai diventato un problema sociale. Si pensi ad esempio al Giappone, paese in cui gli studi sull’argomento sono iniziati nel lontano 1967 dopo la morte di un operaio per lo stress accumulato a causa delle eccessive ore di lavoro. Tale fenomeno prende il nome di “karoshi”, che in giapponese significa “morte per eccesso di lavoro” ed è diffusissimo nella società giapponese e causa di morti per attacchi cardiaci e ischemici dovuti al forte stress, alle troppe ore di lavoro e alle condizioni di lavoro dannose.

Robinson (1998) si riferisce alla dipendenza da lavoro definendola the well-dressed addiction (la dipendenza ben vestita) perché costituisce un fenomeno pervasivo, ma non riconosciuto dalla società. Secondo l’autore si tratta di “un disturbo ossessivo-compulsivo che si presenta mediante richieste autoimposte, un’esagerata dedizione al lavoro fino all’esclusione delle altre attività della vita. La dipendenza da lavoro è un’esperienza caratterizzata dal bisogno di essere ripetuta con modalità compulsive e presenta i fenomeni del craving, dell’assuefazione e dell’astinenza” (Caretti, La Barbera, 2005).Il lavoro diventa “uno stato d’animo, una via di fuga che libera il soggetto dall’esperire emozioni, responsabilità, intimità nei confronti degli altri” (Lavanco & Milio, 2006).

Ci si è interrogati sul dove sia il confine tra il lavoro eccessivo e il workaholism e quali comportamenti contraddistinguono i primi tipi di soggetti dai secondi? Robinson (1998) distingue tra dipendenza e “lavorare sodo” e le principali differenze sono elencate nella seguente tabella:

WORKAHOLICS

HARDWORKER

  • vedono il lavoro come un luogo confortevole rispetto alla vita che non è mai prevedibile e come il mezzo per porre le distanze da sentimenti spiacevoli ;

 

  • non pongono un confine tra la vita professionale e quella personale;

 

  • vivono intense esperienze adrenaliniche sapendo di poter ottenere altri lavori
  • vivono il lavoro come necessario ma, al tempo stesso, come un obbligo;

 

  • sanno porre una barriera tra la vita professionale e la vita personale;
  • non vivono tali esperienze come eccitanti.

 

Dunque il dipendente da lavoro è una persona completamente assorbita dalla professione, vede nel lavoro l’unica fonte di piacere e di gratificazione, mentre l’hardworker è in grado di porre delle barriere e dei limiti e considera il lavoro come piacevole e necessario ma non esclude dalla sua vita altri interessi e altre attività.

Il dipendente da lavoro si presenta come una persona che “per colmare il senso di incompletezza si immerge nel lavoro  ed esso diviene un rifugio che lo protegge dal provare emozioni e il mezzo attraverso cui definisce e  costruisce una positiva immagine di sé. “(Lavanco & Milio,2006).

La definizione più diffusa e accettata è quella di Spence e Robbins (1992) per cui il workaholic è una persona “estremamente dedita al lavoro, si sente costretta o spinta da pressioni interne a lavorare ed è poco appagata da esso”. Dunque, in base al loro modello, le tre caratteristiche del workaholism sono:

–  elevato interesse per il lavoro;

–  elevata motivazione;

– scarso piacere nel lavorare.

Il comportamento workaholic risulta fortemente associato allo stress, allo stato di salute e ad altre condizioni psicologiche, quali le ossessioni, le compulsioni e l’ipomania (Spence, Robbins,1992).

Rispetto alla professioni dei workaholics è molto diffusa l’idea che siano soprattutto alti dirigenti, manager e uomini d’affari ma in realtà non è così, ci sono anche casalinghe workaholics, disoccupati workaholics e persino bambini workaholic, in cui la dipendenza si manifesta nel bisogno di eccellere a scuola, nelle attività extracurriculari, nello sport (Fassell,1990).

Robinson (1998) definisce la dipendenza da lavoro come un “disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, incapacità di regolare le abitudini lavorative ed eccessiva indulgenza nel lavoro con l’esclusione delle altre attività della vita”. Secondo Snir e Zohar (2000) il workaholism è la “quantità di tempo stabile e significativa che una persona impiega in un’ attività e pensieri legati al lavoro, pur non richiedendolo necessità esterne”. Il workaholic è spesso visto in una luce favorevole, spesso è una persona con una buona situazione economica, che non ha difficoltà ad ammettere quanto gli piaccia il suo lavoro e i ritmi serrati che sostiene.

Tutta questa dedizione al lavoro sottrae tempo alla famiglia e agli amici e le relazioni sono superficiali (Hochschild,1998). Piuttosto che un attività, il lavoro diventa “uno stato d’animo, una via di fuga che libera la persona dal provare emozioni, dall’avere responsabilità, intimità nei confronti degli altri. Ci si rifugia totalmente nel lavoro e questo a lungo andare diventerà un fattore di pericolo per la salute, compromette la felicità, le relazioni interpersonali e l’intero funzionamento” (Oates, 1971).

Robinson sostiene che la dipendenza da lavoro si origini da un intreccio di fattori individuali e fattori ambientali: oltre alla predisposizione “genetica” a lavorare eccessivamente, tale dipendenza è fortemente influenzata da vari fattori esterni quali l’educazione, i modelli culturali imposti dalla società e la famiglia, in cui spesso, come sostiene Killinger(1991), sono presenti altre forme di dipendenza (spesso da droghe e alcol), divorzi o separazioni in cui il figlio è messo al centro del conflitto tra i coniugi, genitori che hanno disturbi psichici. Jones e Wells (1996) parlano di “adultizzazione” (pareantification) intendendo il processo per cui un bambino, per far fronte a situazioni di disagio familiare, salta le normali tappe evolutive e diventa un piccolo adulto dal punto di vista emotivo e mentale, assume il ruolo di caretaker di fratelli, genitori fisicamente o psichicamente disabili, alcolizzati o emotivamente dipendenti. L’adultizzazione del bambino può prendere due direzioni: nella prima, egli annulla completamente se stesso per prendersi cura degli altri mentre nella seconda asseconda i desideri dei genitori e diventa il figlio sognato. Entrambe queste due condizioni conducono al workaholism, dove il Sé viene sacrificato a favore di un’altra persona o di un compito. Per Robinson(1998),le famiglie in cui si sviluppa una dipendenza da lavoro rientrano fondamentalmente in due categorie: la “famiglia perfetta”, caratterizzata da regole e confini rigidi e da uno stile di vita iper-organizzato dove viene trasmesso il messaggio che bisogna fingere che tutto vada bene anche quando non è così e non bisogna parlare dei proprio sentimenti né mostrare agli altri come si è dentro , e la “famiglia imperfetta”, disorganizzata, senza regole, che genera nei suoi membri un senso di instabilità e insicurezza.

Secondo Guerreschi gli indicatori della work addiction sono i seguenti (Guerreschi, 2009):

– compulsione lavorativa: la persona ha bisogno di lavorare per moltissime ore (a volte si superano anche le 12 ore lavorative), anche nei giorni festivi o in vacanza;

–  i suoi pensieri sono costantemente rivolti al trovare strategie per la risoluzione dei problemi quotidiani che si presentano sul lavoro e al trovare strategie per raggiungere i successi professionali desiderati;

–  quando la persona non lavora, ad esempio durante le festività, possono presentarsi fenomeni quali crisi di astinenza, sensazione di vuoto, angoscia o irritazione;

–  molto raramente si assenta dal lavoro, neanche per malattia;

–  di dedica solo al suo lavoro e trascura tutti gli altri aspetti della vita quotidiana;

–  costante preoccupazione di perdere il lavoro;

 

Sempre secondo Guerreschi (2009), la dipendenza da lavoro è caratterizzata da :

–  accentuata compulsione lavorativa, con crisi di lavoro notturno o ininterrotto per giorni;

–  spesso i workaholic sono cresciuti in famiglie in cui mancava la comunicazione e in cui vigevano atteggiamenti autoritari, in cui spesso si assisteva a situazioni di separazioni e divorzi;

–  isolamento sociale;

–   relazioni problematiche  con colleghi, superiori o dipendenti;

– sindrome da stress lavorativo che può degenerare in disturbi psicologici e fisici più gravi (quali depressione, ansia, alcoolismo, disturbi cardiaci);

–  burnout o sindrome dell’esaurimento emotivo;

–  polidipendenza che può essere caratterizzata dall’uso di farmaci stimolanti, eccessive dosi di caffè per ridurre le ore di sonno per lavorare di più o ancora dall’uso di alcool o altre sostanze anche illegali.

Garson (1990) individua tre stadi attraverso cui la dipendenza da lavoro procede e che vanno dall’ infanzia all’età adulta:

–  primo stadio: l’origine della dipendenza è da ricercarsi nella presenza in famiglia di un genitore alcolizzato o workaholic o di troppe ed eccessive regole che impediscono l’espressione libera dei sentimenti;

–  secondo stadio: copre la prima età adulta, la dipendenza da lavoro può diventare acuta se al soggetto manca l’approvazione e l’apprezzamento da parte del suo ambiente di lavoro, mentre gli avanzamenti di carriera e i riconoscimenti la alimentano;

–  terzo stadio: coincide con la seconda età adulta, la dipendenza da lavoro tende ad aggravarsi con la crisi di mezza età, i disagi fisici e relazionali diventano veri e propri problemi, e se essa non si risolve o si arresta può diventare cronica e deteriorare le relazioni.

In sintesi si può affermare che il workaholism è “una vera e propria forma di dipendenza sia per gli effetti fisici e psicologici che comporta sia per l’esistenza di una sostanza (l’adrenalina) e di un processo (lavorare esageratamente) da cui si diventa dipendenti. Le cause sono da rintracciare nei bisogni insoddisfatti o rimossi, nell’impulso profondo che porta la persona a dover raggiungere un certo standard per essere accettata. Per colmare il senso di incompletezza la persona si immerge nel lavoro, che diviene il rifugio che protegge dall’esperire emozioni e il mezzo per definire se stessi e costruire una positiva immagine di sé. Il workaholic soffre di un disturbo compulsivo che lo porta a mascherare una serie di stati emotivi e a un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali “(Robinson, 1998).

Secondo Fassel lo sviluppo della patologia segue tre fasi (Fassel, 1990; Guerreschi, 2005):

– fase iniziale (uso – piacere – abuso). Per cercare di migliorare il proprio stile di vita, l’individuo inizia a lavorare di nascosto, trascorre il tempo libero leggendo cose che riguardano il lavoro, lavora anche nel tempo libero. Questo suo modo di dedicarsi completamente al lavoro lo porta a trascurare i familiari e tutti gli altri aspetti della vita, iniziano ad affiorare i sensi di colpa a cui si cerca di far fronte con alcune scusanti del tipo che lavora molto perché in tal modo la famiglia può avere tutto ed essere felice; lentamente iniziano ad affiorare disturbi fisici, quali mal di testa, mal di stomaco e disturbi cardiaci, e psichici, quali disturbi di concentrazione e depressione lieve, che il workaholic cerca di ignorare immergendosi nel lavoro;

– fase critica (abuso – comportamento evasivo – assuefazione). Il soggetto si immerge sempre di più nel  lavoro e si sente inutile se non è impegnato nella sua professione, si allontana dalle relazioni affettive e dalla vita sociale, incomincia a esaurire le forze fisiche, è colpito da vuoti di memoria e disturbi del sonno. Inizia ad inventare scuse per giustificare il suo eccessivo lavorare ed a volte manifesta aggressività e impazienza nei confronti dei colleghi. L’essere ammirati e compatiti dagli altri per il molto lavoro rafforza l’autostima e riduce i sensi di colpa. Il quadro clinico può peggiorare fino all’instaurarsi di problemi di salute seri e cronici;

– fase cronica (assuefazione – dipendenza). Il soggetto lavora anche nei giorni festivi e durante la notte, atteggiamenti sempre più aggressivi verso coloro che non condividono uno stile lavorativo analogo. Possono manifestarsi malattie organiche e disturbi psichici gravi.

Sprankle ed Ebel in The workaholic syndrome(1987) riportano le riflessioni di un manager che, alla fine, non aveva persino più cognizione di ciò che era successo, e a poco a poco prendeva atto della stanchezza e della tensione accumulata. Questa sensazione è familiare a molti workaholic che confessano il bisogno di dormire almeno di notte. Tuttavia l’ansia e la stanchezza cronica sono spesso mascherate dall’iperattività o dall’impazienza.

Trai sintomi che segnalano la dipendenza, e di cui il workaholic è consapevole, Killinger (1991) individua sintomi ossessivi e compulsivi, paure persistenti, senso di colpa e stanchezza cronica. I workaholic manifestano dei particolari comportamenti ansiosi quali  tamburellare le dita sul tavolo, tic, contrazioni della bocca, frequenti sospiri e tosse nervosa. Alcuni manierismi diventano cronici e possono causare sofferenze fisiche. Per contrastare l’ansia, molti workaholics si dedicano compulsivamente alla pulizia e all’ordine o ad altri a rituali superstiziosi. Addirittura alcuni workaholics, arrivati in anticipo, lavorano persino in attesa del colloquio con il terapeuta.

Tra le paure che sottendono ad ogni ossessione, Killinger (1991)  afferma che c’è indubbiamente la paura del fallimento, che ha le sue origini in dinamiche familiari disfunzionali in cui l’approvazione dei genitori era condizionata dalla performance.  La vita del workaholic è orientata alla perfezione e all’evitamento di ogni tipo di insuccesso ma nonostante ciò diverse situazioni professionali e interpersonali espongono al rischio di un fallimento. Quando la dipendenza progredisce, sebbene il workaholic lotta duramente per ottenere performance eccellenti, la sua capacità di prendere decisioni man mano si esaurisce e lascia il posto all’ansia e all’insicurezza, provocando in tal modo un calo del rendimento lavorativo. Per evitare il confronto con la sua parte più intima e con quello che succede nell’ambiente che lo circonda, il workaholic viene preso dalla sindrome della “ruota del criceto”(Killinger, 1991): una volta all’interno della ruota il workaholic non può più scendere, anzi deva andare sempre più veloce. Questo processo si fonda su un bisogno, simile a quello dell’alcolista, di fornirsi una maggiore stimolazione per attutire l’ansia. Impegnarsi per raggiungere un obiettivo da un senso di realizzazione, qualsiasi riposo forzato (una malattia, una vacanza o la pensione), dal momento che gli nega la dose necessaria dell’oggetto della sua dipendenza, turba il workaholic e lo rende irritabile e distaccato.

Per il workaholic è molto importante che gli altri pensino che lui sia una persona capace e competente ed è costantemente preoccupato che i suoi errori diventino visibili e quindi che posso venir fuori la parte insicura di sé. Ciò determina un bisogno sempre crescente di controllo e si impegna costantemente nel far si che nessuno si accorga delle sue debolezze.

Chi ha una dipendenza spesso costruisce un’immagine di sé conforme all’idea che ne hanno gli altri e neanche il workaholic fa eccezione; giudica il proprio successo dalle percezioni degli altri e questo riferimento esterno lo rende molto vulnerabile, soprattutto quando perde la fiducia in sé stesso. Questa dipendenza dalle opinioni altrui, unita all’insicurezza e alla sospettosità spingono il workaholic ad allontanarsi dagli altri e ad offendere chi cerca di stare loro vicini.

Secondo Killinger (1991),il workaholic sperimenta due tipi di sensi di colpa: “uno è adattivo e serve a segnalare che il comportamento si sta allontanando da ciò che è moralmente corretto, l’altro è distruttivo e si presenta come un senso di collera diretto internamente a punire se stesso, o proiettato all’esterno sotto forma di comportamento crudele e vendicativo, a punire gli altri”. I workaholics sono in preda a terribili sensi di colpa e col progredire della loro dipendenza, il loro comportamento diventa sempre più sgradevole: da un lato la rabbia, la vendetta e il sarcasmo danneggiano gli altri, dall’altro i sentimenti di frustrazione, vergogna e fallimento affliggono il workaholic.

 

3.2.2 Tipologie di workaholics

La struttura di personalità del workaholic appare rigida, perfezionista ed è caratterizzata da una difficoltà di regolazione della gestione del tempo e del lavoro stesso e un basso livello di autostima, ha bisogno di prove che dimostrano che il suo lavoro è eccellente ed il suo valore personale deriva dalla somma delle cose che fa (il workaholic è colui che risponde cosa fa quando gli chiedono come sta); si concentra perlopiù sui risultati che bisognerebbe raggiungere affinché tutti, lui compreso, possano avere chiari i suoi meriti (Porter, 1996).

Il workaholic non può permettersi il minimo errore ed attribuisce un’estrema importanza ai feedback dati dagli altri.

“Il dipendente da lavoro giudica severamente ogni suo minimo errore. I feedback positivi da parte degli altri che ne riconoscono i meriti, entrano in conflitto con la percezione che ha di sé, cosicché devono essere adattati al suo sistema di credenze. Pertanto, ciascuna situazione che confuta il convincimento circa la propria inadeguatezza viene trascurata o disconfermata e non entra a fare parte dell’esperienza personale. I giudizi positivi vengono cioè riorganizzati in un pensiero negativo” (Killinger, 1991). Tale dipendenza è motivata da una profonda insicurezza per le proprie qualità in ambiti non lavorativi e dal sentirsi inadeguati di fronte alle aspettative degli altri. “La condotta compulsiva sembra motivata da una profonda insicurezza del Sé circa le proprie qualità in ambiti differenti dal lavoro, dal sentirsi inadeguati di fronte alle aspettative altrui. Il lavoro funziona, pertanto, come un rifugio in cui potere esercitare il controllo della situazione sentendosi efficienti” (Guerreschi, 2009).

L’elemento della vita che generalmente si altera più precocemente, a causa della dipendenza da lavoro, è il contesto familiare. Il workaholic” tende a comportarsi in modo autoritario in famiglia e percepisce il coniuge come un estraneo, un accessorio; ne consegue un serio deterioramento della sfera affettiva che induce aridità, apatia, cinismo e indifferenza tra i coniugi. Il lavoro ha un effetto anestetizzante sia sulla sfera emotiva che lo rende distaccato e insensibile, sia sull’attività sessuale che si riduce o si annulla” (Doerfler & Kammer, 1986; Robinson, 1999). La famiglia non riesce a dare il giusto sostegno al workaholic e spesso  i membri si sentono trascurati ed abbandonati e accusano il workaholic il quale a sua volta percepisce queste critiche come segni di rifiuto e ingratitudine. “Mentre il coniuge ha la possibilità di separarsi o divorziare, i figli sono costretti a vivere fino alla maggiore età la situazione logorante di un genitore workaholic. Danneggiati da questo, vengono definiti co-dipendenti e si possono verificare differenti situazioni: a) il figlio non si accorge del disturbo del genitore e lo vive come normalità; b) il figlio se ne accorge sin dall’infanzia e adotta i più svariati comportamenti adattativi. In questo caso la presenza del workaholic costringe il figlio a un riadattamento dinamico in termini di tempo, di restringimento dell’investimento socio-relazionale, di spesa economica e soprattutto d’investimento di energia mentale, con una generale maggior presa di responsabilità da parte di questo. Egli adotta un progressivo congelamento dei sentimenti per garantirsi la sopravvivenza nel medio-lungo termine”(Burke, 2006).

Nell’ambito lavorativo vengono riproposti tutti gli elementi che caratterizzano lo stile cognitivo del workaholic quali il pensiero rigido, l’orientamento esterno, l’insensibilità verso gli altri, la mancanza di empatia, il comportamento ossessivo.

Questo particolare stile cognitivo compromette la possibilità di instaurare una relazione intima. Il bisogno di controllarsi e di controllare gli altri lo induce a mantenere una posizione dominante all’interno delle relazioni, perdendo la capacità di essere aperto agli altri (Lavanco & Milio, 2006).

Gli studiosi concordano sul fatto che non esiste un unico profilo del dipendente da lavoro ma ci sono diversi tipi. Oates (1971) ha individuato cinque tipi di workaholics: “incallito”, “convertito”, “occasionale”, lo “pseudo-workaholic” e l’ ”escapista”. L’ ”incallito”è una persona precisa e perfezionista che prende molto sul serio il lavoro ed è soggetto a forte rischio di stress, molto abile nel suo lavoro ma intollerante verso l’incompetenza di alcuni colleghi. Il “convertito” è un valido professionista, si impegna nelle regolari ore lavorative e richiede le giuste ricompense per gli straordinari. L’ “occasionale” si impegna molto e lavora troppo con il fine di far fronte alle difficoltà economiche. Lo “pseudo-workaholic” differisce dall’incallito perché quest’ultimo è orientato al raggiungimento di un prodotto mentre l’altro è motivato dal bisogno di potere. L’”escapista” è un individuo che lavora molto per rimandare il ritorno alla vita familiare che piò essere problematica, il lavoro è per lui uno strumento di fuga.

Killinger (1991), pur ritenendo che tutti i workaholics abbiano delle caratteristiche comuni, ne ha differenziato tre tipi. Il workaholic “controllore” apparentemente è una persona colta ed ambiziosa, impulsiva, impaziente, dorme poco e non riesce a rilassarsi, deve essere sempre occupata a fare qualcosa; spesso è un  libero professionista o ricopre posizioni di grande prestigio nelle aziende. Si tratta di individui brillanti, simpatici apparentemente socievoli ma in realtà hanno pochi amici intimi. Dietro questa maschera apparentemente impeccabile si cela una grande insicurezza ed una forte ansia che li porta a diventare irascibili e a sottomettere le persone. Utilizzano principalmente meccanismi di difesa quali il  diniego, la razionalizzazione e l’evitamento. Il secondo tipo è il workaholic “controllore narcisista” che ha varie cose in comune con il tipo precedente e presenta tratti narcisistici: non ha sviluppato la capacità di amare incondizionatamente e tende a manipolare gli altri per raggiungere i propri fini, è testardo orgoglioso e spesso ricorre alla dissociazione quando lo stress aumenta. Il terzo tipo è il workaholic “compiacente”, cioè workaholics meno ambiziosi, più socievoli e fortemente consapevoli degli altri e dei loro bisogni, amano stare tra la gente, ma possono diventare eccessivamente dipendenti, spesso scelgono impieghi di media dirigenza, dal momento che per loro l’apprezzamento dei superiori e la stima degli altri è fondamentale (Lavanco &Milio,2006).

Robinson (1998) ha classificato i workaholics in quattro tipi: “instancabile”, “con deficit di attenzione”, “bulimico” e “assaporatore”; inoltre ne ha individuato un altro, il careholic, che li attraversa, cioè può presentarsi in combinazione con uno degli altri tipi. L’ “instancabile” è quello che più si rispecchia nell’immagine del workaholic “classico”: lavora compulsivamente e costantemente, senza andare in vacanza né trascorrendo il suo  tempo in attività di svago o riposandosi, prende il lavoro molto seriamente e si impegna in più attività contemporaneamente, è perfezionista e scrupoloso e si pone standard praticamente irraggiungibili, il lavoro è per lui più importante delle relazioni interpersonali. Il “bulimico” ha molte caratteristiche in comune con le persone che soffrono di questo disturbo dell’alimentazione: ha uno stile lavorativo in cui lunghi periodi di astinenza si alternano a una intensa ed eccessiva, egli può non lavorare per molto tempo rinviando ogni impegno il più possibile finchè, costretto e preso dal panico, si dà da fare senza sosta per portarlo a termine. Il workaholic con “deficit di attenzione” cerca continuamente stimoli nuovi perché spesso si annoia. Spesso ha un deficit di attenzione e difficoltà a concentrarsi sul lavoro e spesso trascura il lavoro che sta facendo per passare ad un altro. Questo tipo di workaholic è caratterizzato da un’alta propensione a iniziare le attività e da una bassa capacità di portarle a termine.

Il quarto tipo, l’ “assaporatore”, si contraddistingue per il modo di fare lento, metodico e riflessivo. Trovano difficoltà a lavorare in gruppo perché sono eccessivamente lenti e perfezionisti, non concludono un lavoro senza essere sicuri di averlo realizzato alla perfezione fin nei minimi dettagli. Il quinto profilo, il careholic, può presentarsi con uno dei tipi precedentemente descritti. Il careholism è la “dipendenza da lavoro camuffata da nobili intenzioni”. Questo tipo di workaholic si trova soprattutto nell’ambito delle helping professions ed è una persona che ha bisogno di aiutare gli altri ed andare incontro ai malati, tende a prendersi cura di tutti tranne che di se stesso, esponendosi al rischio di stress e burnout (Lavanco & Milio,2006)

Spence e Robbins a partire da una chiara definizione di workaholism hanno provato a sviluppare misure empiriche corredate da informazioni psicometriche. Il workaholic è per loro “una persona estremamente dedita al lavoro ma che mostra scarso piacere in esso e si sente spinta a lavorare da una pressione interna”. La “dedizione al lavoro”, la “sensazione di essere costretti a lavorare” e il “piacere nel lavorare” sono le tre caratteristiche del workaholism secondo le due autrici. Dalle risposte agli item della batteria sono emersi diversi profili che le autrici hanno identificato come workaholics “appassionati di lavoro”, workaholics “entusiasti”, “lavoratori disimpegnati”, “lavoratori rilassati” e “lavoratori disincantati”. Di questi sei tipi, i primi tre riflettono un comportamento workaholic.

Il workaholic vero e proprio è quello che ha punteggi elevati sia rispetto alla compulsione a lavorare sia rispetto alla dedizione al lavoro, mentre risulta poco appagato da esso; l’ “appassionato del lavoro” presenta un punteggio sopra la media nella dedizione al lavoro, trascorre molto tempo a lavorare o a pensare al lavoro; il workaholic “entusiasta” presenta punteggi elevati in tutte le tre componenti. Dalle ricerche si evince che i workaholic ottengono i valori più alti in altre tre scale che misurano il perfezionismo, lo stress legato al lavoro e all’incapacità di delega delle responsabilità, oltre che in quella relativa alla presenza di problemi di salute.

Scott et al. (1997) hanno identificato tre elementi nello stile comportamentale dei workaholic da cui derivano tra tipologie di workaholics: “impiegare il tempo libero in attività lavorative”, “lavorare al di là delle richieste organizzative” e “pensare al lavoro anche quando si fa altro”.

I tre tipi di workaholic sono: il “compulsivo dipendente”, sa di lavorare troppo ma non tiesce a ridurre le ore di lavoro, quando non lavora è triste e depresso e sviluppa alti livelli di stress e problemi di salute; il “perfezionista”, ha bisogno di controllare tutto e ciò lo porta ad essere rigido e ricercare sul lavoro posizioni di potere, alto rischio di stress, problemi fisici e psicologici e difficoltà interpersonali, assenteismo; workaholic “orientato al successo”, è un lavoratore che può mostrare un pattern comportamentale di “tipo A”, che include competitività, senso di pressante necessità e un forte desiderio di successo e, a differenza degli altri workaholics, non è ossessionato dal lavoro, non sperimenta l’ansia e lo stress che accompagnano altri tipi di workaholics.

 

3.2.3 Lo stile cognitivo del workaholic

Robinson (1998) individua alcune forme di pensiero rigido che caratterizzano lo stile cognitivo del workaholic. Il “pensiero perfezionista” esprime il bisogno di perfezione del workaholic, che origina dal senso di inferiorità e lo spinge a volere più di quanto può ottenere, portandolo a sperimentare sentimenti di inadeguatezza, sconfitta e frustrazione.

Il “pensiero telescopico” porta invece il workaholic a focalizzarsi su alcuni aspetti del lavoro piuttosto che su altri e invece di valorizzare ed essere orgoglioso per i successi, rileva costantemente gli errori, pensiero questo che sembra essere originato dalle critiche dei genitori che portano ad un vissuto di vergogna e che successivamente lo costringono a a vedersi come inferiore perché si confronta continuamente con standard eccellenti.

Il “pensiero compiacente” si esprime attraverso la tendenza a trascurare se stesso e diventando accondiscendente e accontentando gli altri, convinto che le opinioni che gli altri si fanno su di lui siano più importanti rispetto alla concezione che ha di sé stesso.

Il “pensiero pessimistico”: non tengono conto degli aspetti positivi della vita e si concentrano solamente su quelli negativi e ciò li porta a credere che tutto sia negativo e che qualcosa di brutto presto o tardi accada.

Il “pensiero vittimistico”: il workaholic crede di essere vittima di forze esterne, quali un capo severo ed esigente, la crisi economica, le richieste e i bisogni della famiglia, che lo spingono a lavorare eccessivamente.

Il “pensiero difensivo” porta il workaholic a considerare la vita come una battaglia, per vivere bisogna lottare contro una serie di forze che lo sfidano e non c’è tempo per sé o per rilassarsi, ogni minuto perso può impedire il raggiungimento della perfezione a cui tende.

Il “pensiero esternalizzato”: il suo valore è sancito dagli altri e definisce se stesso in base ai risultati e agli obiettivi che raggiunge.

 

3.2.4 Il workaholic nel contesto lavorativo

La presenza nel contesto lavorativo di un workaholic crea non pochi disagi e problemi ai colleghi e a tutta l’organizzazione aziendale anche perché non sono gli eccellenti lavoratori che molti immaginano (Garfield,1987) perché non sono orientati al raggiungimento dell’obiettivo aziendale ma sono dipendenti proprio dal processo del lavorare, apparentemente sono grandi lavoratori, che si dedicano totalmente alla professione, ma in realtà la ragione per cui lo fanno non è vera “vocazione” ma solo tenersi impegnati, per sfuggire alle responsabilità familiari e personali. Robinson e Porter sostengono che il wokaholic non lavora bene in gruppo per vari motivi:

– ha bisogno di controllare tutto e questo rende difficoltoso il lavoro in team;

– lavorare in gruppo richiede la condivisione di obiettivi comuni e il lavorare insieme per raggiungere tali obiettivi e questo è fonte di frustrazione per il workaholic (Fassell,1990);

–  il workaholic preferisce lavorare da solo e tende ad isolarsi, elemento che contrasta con lo spirito di gruppo;

–  l’eccessivo perfezionismo ed i ritmi spesso serrati fanno sì che il workaholic lavori meglio da solo o con altri workaholics (Klaft, Kleiner,1988);

– il workaholic è riluttante a delegare i compiti o a condividere gli obiettivi con altri(Gee,2000).

Per il suo comportamento diligente e responsabile, per l’impegno e la dedizione al lavoro, molto spesso il workaholic viene ricompensato con la promozione e assume posizioni dirigenziali, tendendo a mettere sotto pressione gli impiegati perché raggiungano i risultati desiderati, rispettino gli orari e i ritmi lavorativi (Robinson,1998). Tendono ad eccedere nelle critiche verso gli altri e non tollerano gli errori e ciò provoca nei dipendenti reazioni di ansia, paura e insicurezza. Inoltre l’umore del workaholic spesso oscilla tra il distaccato e l’irritabile, fa promesse che poi non mantiene, modifica i programmi e di conseguenza il clima ambientale è imprevedibile e incoerente e ciò crea difficoltà nello svolgimento del lavoro.

La differenza fondamentale tra un qualsiasi lavoratore e un workaholic risiede nel fatto che il lavoratore può anche imporsi standard elevati ma lavorare per molte ore ma non vittimizza gli altri, ama il proprio lavoro ed è “orientato al successo”, mentre il workaholic crede che nessun altro lavori come lui, non tiene conto del lavoro degli altri e non rispetta le esigenze altrui (Porter, 2001). Dunque la presenza di workaholic non è un fattore positivo per l’organizzazione perché più la dipendenza progredisce più le funzioni cognitive del workaholic peggiorano, l’efficienza e la produttività diminuiscono ed emergono disturbi correlati allo stress e al burnout (Maslach, 1986; Fassel, 1990; Robinson,1998; Porter, 2001) e problemi psicologici quali ansia e depressione.

 

3.2.5 Strumenti di misura della work addiction

Gran parte delle conoscenze che si hanno sulla dipendenza da lavoro deriva da resoconti di storie e casi clinici ma per studiare meglio il fenomeno, comprenderlo a fondo e pianificare interventi efficaci alcuni autori hanno avviato delle ricerche empiriche che potessero integrare le conoscenze ottenute dallo studio dei singoli casi.

Robinson (1989) ha messo a punto uno strumento di misurazione del workaholism che tiene conto anche del contesto in cui il workaholic vive: il Work Addiction Risk Test (WART). Si tratta di uno strumento di misura composto da 25 item i principali comportamenti di “tipo A” messi in atto nella vita quotidiana (mangiare, parlare e muoversi velocemente) e specifici del contesto lavorativo (“mi ritrovo spesso a lavorare dopo che i miei colleghi hanno finito”). Tale strumento sembra avere una buona attendibilità. Gli studi di Robinson sono stati effettuati su studenti e membri del Workaholic Anonymus mentre ricerche successive hanno validato il WART su campioni eterogenei. In uno studio del 2002 Robinson e Flowers hanno indagato le dimensioni sottostanti alla WART, che sono le seguenti:

–  tendenze compulsive;

–  controllo;

–  comunicazione disfunzionale/arroganza;

–  incapacità di delegare;

–  autostima.

Un altro strumento meno utilizzato del precedente ma comunque importante è la Schedule For Nonadaptive Personality Workaholism (SNAP- WORK), messa a punto da Clarke nel 1993 e si basa sull’ipotesi che ci sia una corrispondenza tra workaholism e disturbo ossessivo- compulsivo di personalità. E’ composta da 18 item a risposta chiusa (vero/falso), presenta una elevata consistenza interna e una buona attendibilità.

Lo strumento più utilizzato dai ricercatori è senza dubbio il Workaholism Battery (WORK-BAT). Spence e Robbins nel 1992 costruirono questo strumento composto da 23 item con un formato di risposta su una scala a 5 punti e formato da tre scale:

–  scala drive: D, indagala motivazione. E’ composta da 7 item, quali, ad esempio, “Ho la sensazione che qualcosa dentro di me mi spinga a lavorare duramente”;

–  scala work enjoyment: E, indaga il piacere nel lavorare. E’ composta da 9 item quali, ad esempio, “Il mio lavoro è così interessante e piacevole che non sembra un lavoro”;

– scala work involvment: I, indaga la dedizione al lavoro. E’ composta da 7 item quali, ad esempio, “Mi annoio e mi irrito durante le vacanze, quando non ho niente di produttivo da fare”).

Successivamente Spence e Robbins hanno aggiunto altre 5 scale:

ü  coinvolgimento nel lavoro: 7 item quali, ad esempio, “Sono profondamente assorto nel mio lavoro”;

–  tempo dedicato al lavoro: 7 item quali, ad esempio, “Dedico molto più tempo al lavoro che alle persone;

–  stress legato al lavoro: 9 item quali, ad esempio, “A volte mi sembra che il mio lavoro stia per travolgermi”;

– perfezionismo: 8 item quali, ad esempio, “ Non posso mettere da parte un lavoro se non sono sicuro che sia stato realizzato alla perfezione”;

–  difficoltà a delegare: 7 item quali, ad esempio, “ Sono convinto che se uno vuole che una cosa sia fatta bene, bisogna che la faccia da sé”.

Questo strumento mostra buone caratteristiche psicometriche quali validità di contenuto e validità esterna ma esiste disaccordo sulla sua struttura interna. Ciò ha spinto McMillan (2000) a migliorare lo strumento trasformandolo in uno strumento a due scale (scala D e scala E) composto da 14 item e che attualmente è sottoposto ad analisi psicometriche anche se sembra che abbia una buona consistenza, attendibilità, validità convergente e utilità scientifica.

 

3.2.6 Le principali ricerche sul fenomeno

Di seguito una rassegna delle principali e più recenti ricerche sul tema della dipendenza da lavoro.

Un primo filone di ricerca riguarda i fattori implicati nella dipendenza da lavoro. Snir e Harpaz (2003; 2004), partendo dalla definizione di workaholism data da Snir e Zohar secondo cui è la quantità di tempo stabile e significativa che una persona impiega nel lavoro , pur non richiedendolo necessità esterne, misurano la dipendenza da lavoro in termini di tempo trascorso al lavoro  e considerano i bisogni economici che lo determinano. Questi autori hanno messo in relazione il workaholism con alcune variabili attitudinali (indici di significato attribuiti al lavoro: centralità del lavoro, orientamento economico, relazioni interpersonali), demografiche (genere, stato civile) e situazionali (professione, settore di impiego) in due campioni rappresentativi della forza lavoro israeliana. E’ emerso che le variabili significativamente legate al workaholism e quindi considerate possibili predittori della dipendenza da lavoro sono state: la centralità riservata al lavoro nella vita del soggetto, la motivazione economica, il tipo di professione (manager e liberi professionisti), il settore di impiego (privato) e il genere (maschile). E’ emerso anche che il numero di ore lavorative settimanali è uno dei principali fattori della dipendenza da lavoro a cui sono correlati positivamente un elevato grado di soddisfazione professionale, lo svolgere una libera professione, il fatto di essere laico mentre vi è una correlazione negativa per quanto riguarda la centralità riservata alla famiglia.

Mudrack (2004) ha fatto riferimento alla definizione di workaholism di Naughton che considera questo fenomeno come il risultato di una combinazione tra elevato interesse per il lavoro e una struttura di personalità ossessivo-compulsiva e si è posto l’obiettivo di esplorare tale ipotesi. Mudrack parte dal presupposto che l’elevato coinvolgimento nel lavoro sia associato ad alti livelli di ostinazione, ordine, rigidità e ciò porterebbe alla tendenza a lavorare più del necessario. I risultati hanno confermato la relazione tra questo tipo di personalità e la dipendenza da lavoro.

Un secondo filone di ricerca riguarda il genere, anche se la relazione tra questi due costrutti è ancora una questione aperta, dalle ricerche non emergono differenze significative tra uomini e donne nello sviluppare questo tipo di dipendenza (Spence, Robbins, 1992; Burke 1999, Porter,2001). Spence e Robbins(1992) hanno messo a confronto professionisti donne e uomini che ricoprivano posizioni accademiche, mentre Burke(1999) ha condotto una ricerca su un campione di manager e professionisti ed entrambe le ricerche sono giunte al risultato che non ci sono differenze di genere rispetto alla dedizione al lavoro, al perfezionismo e alla difficoltà a delegare. Nello studio condotto da Spence e Robbins è emerso che le donne sono più spinte a lavorare ma sono anche più soddisfatte e coinvolte nel loro lavoro rispetto agli uomini, dedicano anche più tempo alla professione e presentano un più alto grado ci stress correlato al lavoro e più problemi di salute.

Nell’ambito di indagine che ha avuto come oggetto la famiglia, Robinson e Kelley (1997) hanno esaminato l’influenza della dipendenza da lavoro su soggetti adulti cresciuti in una famiglia workaholic. I genitori sono stati classificati come workaholics e non workaholics  sulla base dei punteggi che i figli hanno dato sulla scala WART mentre i figli sono stati valutati in base alle dimensioni di ansia, depressione, locus of control e immagine di sé. Sono state confermate le osservazioni cliniche secondo le quali i figli dei workaholics tendono a compiacere i genitori ed è emerso che coloro che avevano riconosciuto i propri genitori come workaholics  soffrivano di ansia e depressione, mancavano di fiducia in sé stessi e presentavano un locus of control esterno.

O’ Driscoll et al.(2004) ritengono che una persona debba avere un equilibrio ed essere ugualmente coinvolta e soddisfatta dal suo ruolo professionale e familiare ed indicano come variabili a sostegno di questo rapporto  i colleghi e la famiglia: se il sostegno che questi danno è insufficiente ne deriverà un insoddisfazione sul piano professionale e familiare. Propongono un modello in base al quale il sostegno da parte dei colleghi ha un effetto diretto sulla soddisfazione professionale mentre il sostegno della famiglia ha un effetto diretto sulla soddisfazione nel contesto familiare. Questi autori hanno condotto una ricerca su un vasto campione di impiegati di 23 organizzazioni neozelandesi operanti in diversi settori ed è emerso che esiste realmente un rapporto diretto tra il sostegno dei colleghi e dei familiari sulla soddisfazione personale e familiare e rapporti equilibrati tra lavoro e famiglia agiscono positivamente sulla soddisfazione professionale e familiare e permettono di ridurre l’assenteismo e lo stress lavorativo.

Sempre O’Driscoll in collaborazione con McMillan (2004) ha indagato la percezioni dei workaholics rispetto al proprio stato di salute partendo dalla credenza secondo la quale i workaholics non si prendono cura si sé e tendono a negare la stanchezza finché non sono costretti a chiedere aiuto per i loro problemi fisici ma le differenze tra gruppo di workaholic e gruppo di controllo si sono rivelate non statisticamente significative.

Hodson (2004) ha indagato quali categorie di individui mostrano un maggiore attaccamento al lavoro ed è giunto alla conclusione che i lavoratori che occupano posizioni più elevate, che traggono dal lavoro ricompense materiali e sociali maggiori intrattengono migliori relazioni sociali nell’ambiente professionale, sono più motivati a lavorare e più inclini al workaholism rispetto a coloro che occupano posizioni più basse.

Altre ricerche si sono poste l’obiettivo di valutare gli strumenti di misura della work addiction. Taris et al. (2005) hanno sviluppato e validato la versione tedesca della WART e successivamente hanno indagato se la sottoscala delle tendenze compulsive (CT)  della WART potrebbe essere usata come misura di workaholism ed infine  si sono interessati agli effetti del workaholism sull’esaurimento del soggetto e sui conflitti tra lavoro e altre attività. E’ emerso che la versione tedesca della WART è molto simile a quella americana e che la sottoscala delle tendenze compulsive può essere considerata una valida misura della dipendenza da lavoro. Un’altra ricerca (Ersoy- Kart, 2005) si è occupata di valutare l’attendibilità e la validità della versione turca della WORK-BAT.

 

3.2.7 Prevenzione e ticniche di intervento

Un intervento di prevenzione efficace per contrastare lo sviluppo delle dipendenze è sicuramente la  scuola, che dovrebbe avvertire i giovani sui rischi che determinate condotte socialmente accettare, come il lavoro, possono comportare ed estendere tali informazioni anche a livello del gruppo familiare, al fine di dare un quadro generale su cos’è la work addiction, come riconoscere la sintomatologia, sottolineando le conseguenze che può avere nella vita di una persona (Schaef & Fassel, 1989).

Purtroppo ancora oggi questa è una dipendenza poco conosciuta e un fenomeno sociale sottovalutato e spesso viene diagnosticata solo quando è associata ad altre problematiche psichiche o fisiche, uno stato di cose che al momento consente perlopiù una diagnosi in fase avanzata, magari in seguito a infarti o ad altre gravi malattie, per le quali viene prescritto un assoluto riposo lavorativo.

Spesso i primi ad accorgersi della dipendenza non è il workaholic ma i familiari e quindi una diagnosi precoce potrebbe iniziare anche nell’ambito del trattamento dei problemi familiari o di coppia, in cui la dipendenza da lavoro può giocare un ruolo negativo decisivo (Robinson, Flowers & Ng, 2006; Robinson & Post, 1995).

La maggior parte delle persone arriva all’osservazione clinica quando ha già sviluppato da diversi anni il comportamento di abuso con ripercussioni nei diversi ambiti di vita del soggetto.

Attualmente si fa diagnosi work addiction attraverso una serie di strumenti tra cui osservazione, colloquio, raccolta anamnestica, somministrazione del WART o della WORK-BAT o della SNAP-WORK e non c’è un trattamento specifico per il workaholism. Si rende comunque necessario un intervento integrato e multimodale ed è di fondamentale importanza lavorare sulla ristrutturazione cognitiva, sulla costruzione della motivazione al cambiamento, sul recupero delle emozioni e sulla capacità di comunicazione emotiva, sull’autostima, sulla tendenza all’autodistruzione, sulle relazioni affettive, di coppia e familiari.

 

Il percorso psicoterapeutico dovrebbe includere (Pani & Sagliaschi, 2010):

ü  un trattamento farmacologico: un modulatore del tono dell’umore è efficace per gestire la componente compulsiva e l’ossessione nei confronti del lavoro;

ü  la psicoterapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia psicodinamica individuale e la psicoterapia di gruppo (ad esempio, lo psicodramma psicoanalitico) centrate in ogni caso sull’aiutare il paziente a sperimentarsi in specifiche abilità comunicative come empatia, sensibilizzazione all’autoanalisi, apertura relazionale; importante l’incentivare la capacità di identificare, riconoscere e poi esprimere le emozioni, mentalizzare e regolare gli affetti usandoli nell’ambito delle relazioni personali in modo adeguato mirando a una maggiore autonomia interiore, e non solo all’apparente indipendenza;

– la terapia familiare e di coppia può essere utile per ricostruire la comunicazione, reintegrare la fiducia tra i soggetti e favorire l’intimità tramite la condivisione emotiva;

–  i gruppi di auto-aiuto consentono alla persona di sperimentare il senso di appartenenza, l’importanza di vivere delle relazioni interpersonali, fanno vivere gli altri come interessati ad aiutarla consentendole di instaurare relazioni autentiche.

Workaholics Anonymus è un gruppo di individui che condividono la propria esperienza, le loro forze e le loro aspettative , nel tentativo di risolvere il loro comune problema e di aiutare gli altri membri ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza da lavoro e l’unica condizione richiesta per entrare a farvi parte è il desiderio di uscire dalla work addiction.

La nascita dei Workaholics Anonymus si fa risalire al 1983 e fu fondato da un progettista di una società finanziaria di New York e un insegnante, due ex workaholics, e decisero di fondare il gruppo per aiutare chi soffriva di questa dipendenza. Al primo incontro partecipò anche la moglie del progettista ed ebbe inizio anche il Work- Anon, programma rivolto a chi aveva relazioni con un workaholic. Quasi contemporaneamente in altri paesi degli Stati Uniti emersero gruppi simili e nel 1990 i rappresentanti di questi gruppi si riunirono e costituirono ufficialmente il World Service Organization per i Workaholics Anonymus ed adattarono i Dodici Passi(mezzi per intervenire sulla compulsione e per stabilire uno stile di vita più sano e soddisfacente) e le Dodici tradizioni(che riguardano la vita dell’Associazione stessa) dagli Alcolisti Anonimi.

 

Di seguito l’elenco delle Dodici Tradizioni dei Workaholics Anonymus:

1. Il nostro comune benessere dovrebbe venire in primo luogo; il recupero personale dipende dall’unità di W.A.
 2. Per il fine del nostro gruppo non esiste che una sola autorità ultima: un Dio d’amore, comunque Egli possa manifestarsi nella coscienza del nostro gruppo. I nostri leader non sono altro che dei servito­ri di fiducia; essi non governano.
3. L’unico requisito per essere membri di W.A. è desiderare di smettere di lavorare compulsivamente.
4. Ogni gruppo dovrebbe essere autonomo, tranne che per le questioni riguardanti altri gruppi oppure W.A. nel suo insieme.
5. Ogni gruppo non ha che un solo scopo primario: portare il messaggio al workaholic che soffre ancora.
6. Un gruppo W.A. non dovrebbe mai avallare, finanziare o prestare il nome di W.A. ad alcuna istituzione similare od orga­nizzazione esterna, per evitare che problemi di denaro, di proprietà e di prestigio possano distrarci dal nostro scopo primario.
7. Ogni gruppo W.A. dovrebbe mantenersi completamente da solo, rifiutando contributi esterni.
8. W.A. dovrebbe rimanere per sempre non professionale ma i nostri centri di servizio potranno assumere degli impie­gati appositi.
9. W.A. come tale non dovrebbe mai essere organizzata, ma noi possiamo costituire dei consigli di servizio o comitati, direttamente responsabili verso coloro che essi servono.
10. W.A. non ha opinioni su questioni esterne; di conseguenza il nome di W.A. non dovrebbe mai essere coinvolto in pubbliche controversie .
11. La politica delle nostre relazioni pubbli­che è basata sull’attrazione piuttosto che sulla propaganda; noi abbiamo bisogno di con­servare sempre l’anonimato personale a livello di stampa, radio e filmati.
12. L’anonimato è la base spirituale di tutte le nostre Tradizioni, che sempre ci ricorda di porre i principi al di sopra delle personalità.
 

I Dodici Passi dei Workaholics Anonymus:

1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte al lavoro e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.
3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.
4) Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi.
5) Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, l’esatta natura dei nostri torti.
6) Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere.
7) Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti.
8) Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.
9) Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri.
10) Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.
11) Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla.
12) Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio ai workaholics e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività.

Attraverso i Dodici Passi il workaholic diventa capace di ristabilire un contatto con se stesso, accettandosi per quello che è e sperimentando un nuovo modo di pensare al lavoro. Inoltre sono sorti degli strumenti di ausilio al metodo dei Dodici Passi, piccoli accorgimenti per vivere bene e liberi dal woraholism e che comprendono azioni quali ascoltare, stabilire le priorità, divertirsi, concentrarsi su una cosa alla volta, passeggiare.

Per Fassell (1990) lo strumento indispensabile per la cura dei workaholics è proprio la partecipazione ai W.A., mentre tutti gli altri strumenti sono buoni ausili. I fattori terapeutici dei gruppo di WA sono:

–  la presenza di ex workaholics che sono usciti con successo dalla dipendenza, che possono supportare il workaholic nel programma di lavoro e accompagnarlo nei Dodici Passi e raccontare la propria esperienza;

–  gli incontri: si tratta di incontri settimanali in cui vengono condivise esperienze personali attraverso le storie di ogni workaholic;

–  setting accogliente, protetto, in cui è garantito l’anonimato;

–  elaborazione di programmi di lavoro: guida al lavoro quotidiano che permetta al workaholic di condurre una vita più equilibrata.

Una delle tecniche più utili nell’intervento con il workaholic è l’elaborazione di un “programma di self-care”(Robinson, 1998) personalizzato in base ai suoi bisogni e al suo stile di vita. Si tratta di strategie volte ad introdurre nella vita del workaholic degli spazi dedicati agli hobby, al divertimento, alle relazioni interpersonali e a stabilire orari lavorativi ragionevoli e scadenze realistiche. Prima di stabilire un programma di questo tipo, il terapeuta chiede al paziente di immaginare la sua vita come un cerchio diviso in quattro parti: se stesso, famiglia, divertimento e lavoro e dapprima il workaholic deve segnare la percentuale di tempo che dedica ad ogni area, “percentuale attuale”, e poi quella che vorrebbe dedicare ad esse, “percentuale desiderata”, per poi sottrarle e ottenere il cambiamento necessario per bilanciare le diverse aree ed infine per ognuna di queste aree deve individuare tre o quattro obiettivi per raggiungere lo scopo.

Sempre secondo Robinson (1998) se nel proprio lavoro ci si trova di fronte a un dirigente workaholic bisogna mettere in atto dei comportamenti che, a lungo termine, daranno i loro frutti e tra questi troviamo il bisogno di stabilire dei confini ragionevoli al proprio lavoro, mantenendo un proprio equilibrio, anche mediante l’ausilio di esercizi di aereobica, di riduzione dello stress e di meditazione, evitare di arrabbiarsi e diventare intolleranti, programmare un incontro di chiarificazione delle reciproche apettative, incoraggiando la formazione di un gruppo di sostegno tra colleghi che condividono gli stessi problemi (Fassel,1990; Robinson, 1998).

Burkwell e Chen (2002) sostengono che la Rational Emotive Behavioural Therapy (REBT), tecnica fondata sulla concezione che le emozioni e i comportamenti derivino da processi cognitivi e che modificandoli si possono realizzare modi diversi di sentire e comportarsi, sia il miglior approccio per il trattamento della dipendenza da lavoro. Con tale tecnica si aiuta il workaholic a fronteggiare i propri bias cognitivi, emotivi e comportamentali e si ricostruiscono credenze più sane e ragionevoli e si modificano i comportamenti disfunzionali. Per esempio di fronte ad un’idea del tipo “se il mio capo esprime un giudizio negativo sono sicuro che ho sbagliato lavoro”, una credenza più opportuna sarebbe “spesso ho ricevuto buoni giudizi dal mio capo quindi la possibilità che mi faccia delle critiche sono poche, ma se ciò dovesse accadere, devo ricordare che è solo il giudizio di una persona sul mio lavoro mentre molte altre mi hanno detto che ho un grande talento nel mio campo”. E’  importante aiutare il workaholic a prendere coscienza di come i pensieri negativi danneggiano la salute e l’autostima ed insegnargli ad identificare le emozioni e ad accettare anche quelle negative perché solo sperimentandole pienamente si possono fronteggiare, e ad accettare i propri limiti.

Gli interventi per la cura della dipendenza da lavoro mirano ad una serie di obiettivi  tra cui un aumento della capacità di introspezione, favorire l’elaborazione di esperienze passate traumatiche (per fare ciò è importante che il terapeuta rappresenti una base sicura), aiutare il workaholic a costruire un senso di sé stabile, sviluppare capacità di intimità con se stesso e apertura verso gli altri, far acquisire al workaholic competenze comunicative e sociali, fargli comprendere il processo di dipendenza e far crescere il senso di consapevolezza, sviluppare strategie di prevenzione di ricadute, educarlo ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Si tratta di un percorso lungo e ricco di sofferenza ma indispensabile per uscire dal circolo vizioso della dipendenza.